perché giacca e cravatta ci rendono umani (ovvero di quei signori che si alzavano il cappello per salutare)

Ho quivi già scritto a proposito della Buona Educazione, ma ripensavo al concetto in questi giorni, a proposito del fatto che siamo un Paese talmente noioso che sono stati tutti lì voyericissimi a guardare (e parlare) del fatto che i neo senatori grillini forse si sarebbero presentati in Parlamento senza giacca e cravatta, cosa che – tra il passaggio della cometa con una coda insolitamente lunga, l’elezione del Papa e i ghiacciai perenni che si sciolgono – stava nel novero delle ragioni per cui dormo male.

Mi è venuta in mente una cosa detta da Adorno a proposito dell’estraniazione che si manifesta negli uomini come caduta delle distanze, troppa confidenza ma nessun rapporto.

“La caduta dei formalismi è una delle più evidenti manifestazioni della morte della cultura”, mi appuntavo su un quaderno a vent’anni. E aggiungevo “non è una buona ragione per promuovere questo fallimento”.

Così ho ragionato su questa caratteristica bizzarra che mi ha sempre contraddistinto, non sono certo una conservatrice, passato e presente li ho sempre considerati un trampolino di lancio verso il futuro, non sono granché nostalgica e – chi mi conosce o legge sa – sono piuttosto fissata con il mondo di domani, le nuove generazioni, il progresso, MA ho sempre patito la caduta dei formalismi del mio Tempo presente.

Quando ero adolescente, per affermare la mia personalità (come tutti gli adolescenti, ergo fino a vent’anni massimo è normale, dopo è patetico) cercavo “le mie strade” e soprattutto il mio anticonformismo. Ti vesti strano, punk, dark, metti le scarpe al contrario, senti la musica che possibilmente irriti tua madre, cerchi uno slang con termini tipo ciao strapunzangolo, per sentirti dunque anti-conformista, perché pensi che il formalismo, ergo l’aderire a certe regole sociali, ergo esser conforme sia da allineati, ergo da sfigati. Il contrario fa di te un ribelle, uno speciale, uno che

Cambierà il mondo. (vedi post precedente).

A un certo punto, a quasi vent’anni appunto, mentre me ne stavo con i miei capelli rosso sangue come le mie amiche, con il chiodo come i miei amici, con il trucco come Nina Hagen, sentendo la musica che ascoltano i punk etc e a un certo punto mi sono resa conto che frequentavo persone con cui ci si vestiva uguali, si diceva le stesse cose, si faceva le stesse cose.

Ero conforme.

Per essere veramente non-conformi si dovrebbe fare una cosa che tu e solo tu fai, indossare qualcosa che tu e solo tu indossi, e nessuno mai nel globo terraqueo e mai da almeno 200.000 anni ha indossato, dovrebbero comporre una musica solo per te, la ascolti tu e solo tu, al massimo un altro, perché se si considera che due persone no ma da tre persone in poi diventa associazione a delinquere, significa forse che si considera che da tre persone in poi sia già un “gruppo”.

Comprovata l’evidenza che il tentativo d’essere anticonformisti è solo un momento – giustissimo – dell’adolescenza in cui si sente il bisogno di pulirsi il culetto da soli e mostrare d’essere individuo, la buona educazione così come la forma sono dunque nient’altro che rituali, quelli che ci hanno distinto da altre forme umanoidi che non a caso si-sono-estinte duecentomila anni fa, rituali che abbiamo sentito il bisogno di compiere circa 60.000 anni fa, facendo di noi un genere vivente che ha memoria e crea cultura. pittura_rupestreE’ una dato infatti talmente intrinseco e imprescindibile nella natura umana che quando decidiamo di voler affermare il nostro io schifando i rituali che troviamo arrivando nel mondo, li sostituiamo velocissimamente con altri rituali.

Certe forme di educazione e certi formalismi che ci si inventa nel vivere collettivo sono rituali che non hanno in sé niente di così grave, fondamentalmente hanno alla base  il rispetto verso gli altri.

Nelle regole non scritte del genere umano, quelle del vivere quotidiano – non parliamo di politica, signori della guerra o mine antiuomo, non parliamo di sopravvivenza ma di qualità della vita che ci è data – i formalismi sono quella cosa che ti ricorda di essere una creatura umana civilizzata, ergo uno che vorrebbe davvero che non trionfassero  la violenza e l’iniquità, che si rende conto che la propria libertà finisce dove inizia quella dell’altro, che si rende conto che siamo sette miliardi di persone con eguali diritti. Come in ogni forma di regolarizzazione della nostra vita collettiva, i formalismi e la buona educazione nascono per lo più dal buon senso, ma anche da un sotteso divertimento nel dare a un certo posto o a un certo evento un significato speciale. E sennò sarebbe tutto uguale, come vivere sugli alberi riconoscendo al massimo il giorno dalla notte e le quattro stagioni, star lì mossi solo dalla paura o dai bisogni primari e mangiare banane.

Non è esagerato dire che i rituali della buona educazione sono la base e/o la prova evidente della nostra umanità e del nostro umanesimo: come mi è stato raccontato di un tremendo campo di concentramento in cui è stato qualcuno che ho conosciuto, un “grazie” o il far sedere uno più anziano ti ricordano che non sei una bestia.

Quando vedo le immagini dei filmati inizio ‘900 in cui ci sono quei signori che si alzano il cappello per salutarsi, o comprendo dai quadri impressionisti certe regole di galateo nel ballare con una signora, quando ricordo i racconti dei miei nonni per cui andare a una prima a teatro non vestiti di tutto punto era impensabile, provo un po’ di sana invidia.

Perché dovrebbe significare qualcosa di ribelle, anticonformista, segno del cambiamento rifiutare che si debba mettere giacca e cravatta in certi contesti, non ho capito poi perché per entrare al Casinò sì, è divertente affittarsi la cravatta al guardaroba, e invece per entrare al Parlamento no, Al Parlamento è una regola violando la quale faccio vedere che io sì, sono un uomo del futuro. Che sciocchezza è?

Si tratta solo del valore che si decide di dare a un luogo, come il non andare in Chiesa in short e canotta, l’obbligo dello smoking e  del lungo per le donne sul carpet di Cannes, non sono cose che abbiano alcun significato esoterico, sono semplicemente appunto dei piccoli rituali. Decidere di dare un certo valore ad un posto o a un certo evento fa sì che non ci si perda in un’esistenza barbarica, in cui si magna, si beve, si rutta e si sopravvive.

C’è una mentalità completamente sballata, forse derivante dal calderone confuso che ci proviene dai rivoluzionari anni ’70 di cui la maggioranza delle persone ha colto e coglie solo la forma e non la sostanza, per cui essere sgarbati e mancare di rispetto significhi “aver personalità” “essere diversi” (ma poi diversi da chi?).

Ho sempre osservato con sincero stupore quelli che piombano davanti a uno che hanno appena conosciuto e pensano di essere simpatici o d’avere ‘sta gran personalità perché ti dicono cose tipo: “Aoh ma che te sei messo?”, fanno una battuta pesante, o ti aprono il frigo di casa la prima volta che ci entrano, non salutano, interrompono quando parla qualcuno o si grattano il culo mentre parlano loro. Mi intristiscono perché mi sembrano quei bambini che si mettono sulla testa solo per farsi notare mentre gli adulti parlano.

Se cadono tutte le distanze e tutto diventa uguale, ogni luogo è uguale, ogni contesto è la cucina di casa tua,  se una falsa idea di “confidenza” abbatte ogni rispetto e cancella il tempo per conoscersi e capirsi, non è che poi possiamo lamentarci se ci si sente tutti sempre più soli e tutto appare sempre più privo di senso.

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osservatrice conto terzi
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Una risposta a perché giacca e cravatta ci rendono umani (ovvero di quei signori che si alzavano il cappello per salutare)

  1. Andrea Laureti ha detto:

    Anche io ho passato più o meno quel momento, e anche io ad un certo punto ho capito che anche gli alternativi sono omologati. Però non riesco a mettermi giacca e cravatta, non riesco a mettermi un vestito che negli altri 364 giorni dell’anno non indosserò mai. Mi sembra un controsenso, una cosa veramente incoerente. Perché in una cerimonia ci si deve vestire diversamente? Per me come è inutile essere esibizionista non si deve nemmeno essere l’esatto opposto. Non lo so, a me il formalismo sembra una cosa molto ecclesiastica, ste cose ce le ha messe in testa il Vaticano. Se una persona la odio non la saluto formalmente, sarei solo un falso. Indossare una cravatta una volta l’anno mi sembra un gesto falso oltre che inutile dato che vorrei ancora capire quale utilità ha una cravatta, oltre che di apparenza.

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