il mondo dalla mia stanza · whatever

pur se il papa si dimette, non ci facciamo mancare gli unti dal signore (ovvero un concetto che forse ci sfugge sul voler fare e sul saperlo fare)

Ho finalmente individuato una delle cose che mi hanno irritato e irritano del modo di porsi, del linguaggio e dei concetti che esprimono certe categorie di persone, che per me vanno dai radical chic fino, oggi, al famigerato Grillo, il quale criticando una certa categoria di persone ne ha di fatto ripreso i peggiori difetti, ma con toni e modi molto più volgari.

Mi spiace dover scrivere di politica, perché ha ragione chi dice che in questi giorni pare che tutti ci siamo improvvisati opinionisti politici.

Quindi, come mi è più congeniale, osservo e faccio delle considerazioni umane, perché è il funzionamento dell’animo umano che mi interessa ed è il mio mestiere, così come volevo estendere un ragionamento che ho espresso sui social network, durante la corsa elettorale.

Anche perché oggi, all’improvviso, ho appunto individuato un concetto, un effetto collaterale tra le tante follie che si sono viste in queste ultime settimane e quello fa parte delle cose che mi interessano, nel senso che fanno parte delle cose che so, bene o male, fare.

Premetto molto velocemente e nella maggior sintesi possibile ovvero senza dimenticare niente (ci provo) cosa pensi del fenomeno Beppe Grillo e di un Movimento considerato popolare e rivoluzionario, (su facebook ho invitato gli interlocutori con cui si è chiacchierato su questa pretesa rivoluzionarietà del fenomeno a leggere qualche libro di Storia in più).

Premetto anche che non ce l’ho con Grillo-persona, anche se mi preoccupa, e rispetto chi ha creduto e crede in lui, ma spiego di seguito le ragioni per cui non mi è saltato in testa nemmeno per un attimo di considerarlo una figura politica, un’alternativa, qualcuno di cui mi fidi in materia di cosa pubblica.

Premetto infine che spero con tutto il cuore che le cose si mettano bene e che i fatti dissiperanno le mie preoccupazioni, spesso le cose si trasformano. Spero in bene, contrariamente alle personalità che hanno litigato e litigano sopra le nostre teste non mi importa dimostrare o accanirmi sull’aver ragione persino se questo significasse tagliarmi delle virtuali palle.

Ma gli elementi che ho raccolto  fino a questo momento eccoli qua.

Niente e nessuno mi toglierà mai dalla testa che Beppe Grillo abbia innescato il primo motore immobile del Movimento che la gente identifica in lui per ragioni totalmente personali di rivalsa e vendetta.

Nessuno ricorda a quanto pare un’intervista che lui rilasciò anni fa, se non ricordo male a Rai 3 e a quanto pare ho visto solo io, in cui preoccupatissimo e con i primi segni di quell’esaurimento nervoso che lo muove ancora oggi, Grillo diceva che per le cause milionarie mosse contro di lui da Berlusconi (che lo querelava, come da sua abitudine, per affermazioni che definiva offensive) lui rischiava di perdere la casa e tutto quel che aveva.

All’epoca coi giornalisti ci parlava eccome e non aveva alcun problema a confidarsi con loro per denunciare la personale ingiustizia che stava subendo.

Secondo poi, a quanto pare nessuno ricorda quanta sofferenza abbia espresso agli inizi per l’embargo delle televisioni contro di lui e di quanto si sentisse trascurato e rifiutato.

Lo diceva nei suoi spettacoli in giro, io ne ho visto uno in cui ricordo che questa cosa è stata abbastanza centrale, nei discorsi di quel giorno.

Nessuno ricorda quanto ci sia rimasto male quando tentò degli approcci con la oggi vituperata Sinistra e si sia sentito snobbato dalla politica.

E’ evidente che ci sia stato uno spirito di rivalsa e vendetta personali verso quelli che gli hanno fatto del male, un senso di lesa maestà che mi ricorda un regista che inveiva contro Cinecittà e diceva di rifiutarsi fino alla morte di girare presso i loro studi, salvo poi che  abbiamo scoperto che il regista si riteneva “offeso” perché anni prima non gli avevano voluto fare un riversamento video gratuitamente (e lui lo riteneva pazzesco, dato che era un genio ergo avrebbero dovuto sentirsi onorati a fargli un riversamento gratuito presso il loro laboratorio).

Grillo si è comportato contro chi lo ha rifiutato in passato e fatto soffrire esattamente come farebbe qualunque innamorato rifiutato se si trovasse a dover decidere se fare salire o meno su una scialuppa l’oggetto dell’antico amore durante un naufragio.

Capiamo tutti da soli che questa rabbia veemente non può e non dovrebbe mai essere alla base della scelta politica di una discesa in campo.

E’ criminale scendere in campo per non essere aggredito dalle Banche o andare in galera per reati  che si intende cancellare cambiando le leggi, ma è anche criminale scendere in campo per rivalsa personale e prendersi personali soddisfazioni contro i cattivi che ci hanno fatto tanto male.

Si fa politica per il bene degli altri, per il bene del proprio Paese, perché si ha un innato talento e predisposizione verso la cosa pubblica, talento che si decide di coltivare con conoscenza ed esperienza.

Non riesco a fidarmi di chi pensi che la volontà o la convinzione di essere capaci a fare bene una cosa, anzi farla meglio di chiunque,  coincidano con l’effettiva capacità e preparazione a farlo, in un mondo e soprattutto un Paese in cui c’è tanta tendenza a credere che saremmo più bravi noi a fare il film che critichiamo, alleneremmo meglio la squadra del cuore che perde.

Siamo e continuiamo ad essere il Paese degli Allenatori di Calcio, Critichi Cinematografici, e per l’appunto Politici, da Bar dello Sport.

Grillo da’ degli sfigati (nel linguaggio colto e pieno di saggezza degno di Ghandi con cui ha anche contaminato molti aderenti al suo Movimento) a quei partiti e coalizioni politiche di cui vuol vendicarsi per i danni personali subiti, asserendo che ha fatto più lui in tre anni che loro in tutta la  vita.

E’ vero che è riuscito a inserirsi, come molti altri prima di lui nel corso della Storia umana, in un momento di crisi e vuoto in cui una grossa maggioranza di persone sentiva il bisogno di un Vate e di una promessa (n’altra..) di cambiamento.

Pur apparendo smaccatamente evidente che non portasse alcuna reale proposta se non un populismo da “signora mia” del tram, e abbia mostrato appunto sintomi di paranoia persino nel modo aggressivo in cui si esprime, nonostante gaffe ben peggiori di quelle di Berlusconi dalle affermazioni sulla mafia che non uccide, all’atteggiamento verso le donne, alla xenofobia e razzismo del suo pensiero, non si sa perché si ritiene che abbia rubato voti alla sinistra.

Non c’è una sola cosa “di sinistra” che sia identificabile nel pensiero di Grillo, è vero che a voler – di nuovo – mettere a confronto il suo pensiero con la Storia, sono pensieri da estrema destra. (e poi si stupiscono del: “E perché no” in risposta alle domande su Casa Pound).

Detto questo, arrivo alla cosa che ho finalmente individuato irritarmi, fino ad oggi meno consapevolmente, del linguaggio grillese e che effettivamente di sinistra lo è, o meglio riprende il vizio del peggio del peggio dei radical chic, quella intelighenzia sinistra (si prenda l’aggettivo come si preferisca) che poi dice di criticare tanto.

In Italia c’è questo annoso problema dell’essere un Paese che ben prima del tanto citato secondo dopoguerra, è tendente alla geriatria, in ogni campo. Io ho la partita IVA da regista, ed è da quando avevo diciotto anni che mi sento dire “sei troppo giovane” e te lo senti dire a diciotto, a trenta, ma pure a quaranta (umanamente parlando può pure fare piacere, sei eternamente giovane in questo Paese, i radicali liberi ci fanno un baffo e le rughe che vedete sono un vezzo).

Insomma finchè non hai centodue anni, nel mio ambiente succede spesso che dovendo scegliere tra te e un centoduenne, affidano finanziamenti per il cinema, regie importanti televisive, al centoduenne e non a te. In teoria ci sarebbe anche una legge che stabilirebbe che a parità di punti, per dire, nella richiesta di un finanziamento statale,  tra te e il centoduenne dovresti passare tu, più giovane, ma potrei raccontarvi un divertente – ma forse lungo e polemico e io non amo la polemica – aneddoto su cosa si sono inventati una volta al Ministero dei Beni Culturali, Direzione Cinema, per far sì che passasse il centoduenne e non il mio di film, avendo noi parità di punti.

La stessa modalità gerontocratica la troviamo ovunque, nelle Università, nella Politica, o quel che l’è.

Però.

Mi è successo due volte, a distanza di diversi anni, che due  colleghe donne mi facessero un discorso tipo “Uniamoci e pretendiamo una quota rosa nei finanziamenti statali per il Cinema. Tipo, ad ogni Commissione almeno uno dei progetti deve essere diretto da una donna”.

Ho spiegato, entrambe le volte, perché il concetto stesso mi faccia accapponare la pelle. Ed è la stessa ragione che mi fa accapponare la pelle nei concetti che sento e leggo da qualche giorno:

il Parlamento sarà ora pieno di giovani e di donne.

Il fatto di essere una categoria considerata penalizzata fa di me automaticamente una persona meritevole? Devo essere protetta, mandata allo sbaraglio a prescindere solo perché si ritiene che l’intera categoria, anagrafica o di genere, fatichi di più?

Leggo spesso il famoso Blog di Grillo, così come – giuro, sempre, da ancora prima di poter votare – i discorsi programmatici di chi si presenti alle elezioni, insomma siccome detesto chi parla a vanvera, le cose su cui ragiono le approfondisco o almeno le seguo, comunque una cosa che torna continuamente nei discorsi non tanto programmatici quanto di intenzioni di Grillo e di quelli che fanno parte del Movimento 5S ma che purtroppo appunto non è nulla di  nuovo, (la sinistra ci gioca da almeno vent’anni), è dunque la retorica del giovane.

Adesso poi, sento aggiungersi questa cosa della “donna”,  in Parlamento ci sarà insmma questa calata di giovani e donne, come fosse la risposta tout court a un sistema penalizzante e malato.

Che poi ‘sta storia della “donna” venga da un Movimento nato da uno che ha mostrato uno sconsiderato maschilismo, a volte più offensivo persino di quello Berlusconiano che ci vorrebbe tutte vestite da infermiere, (quelle fighe, ovviamente) lascia il tempo che trova, ma lasciamo passare questo, voglio dire soltanto che, per come la vedo io, “la” parola che basterebbe a fare la rivoluzione travalica ogni categoria.

Ieri leggevo su twitter di un ragazzo che ha votato Grillo ed è rimasto male perché nel suo blog, categorizzando gli italiani in due gruppi “A” e “B” (sinteticamente, “A” sono i “buoni”, ergo giovani che vogliono il loro futuro, esodati e pensionati, “B” i cattivi, cioè chi per varie ragioni vuole lo status quo, e il povero ragazzo si è sentito parte di “B” solo perché è un impiegato statale, quei noti ricconi) così ho letto subito il citato post di Grillo.

E finalmente il disagio inconscio è venuto fuori e si collega a quel che ho detto alle mie colleghe quando hanno condiviso una riflessione sulla necessità di formule protezioniste, garantiste, verso la regista donna:

a me quello che importa è chi ha MERITO.

Che sia donna, uomo, giovane, vecchissimo, nero, gay, con due teste, impiegato, non impiegato, ricco di famiglia o proletario, laureato, non laureato, quello che conta è che ognuno occupi il posto che MERITA, per le sue capacità, talento, preparazione.

Questo è il punto in Italia: non è che non c’è spazio per i giovani, non è che vengono penalizzate le donne e quindi dando il contentino solo per genere ed anagrafe a chi magari non ha la più pallida idea di come fare le cose, se non la presunzione da Bar dello Sport datagli dalla personale e da altri fomentata mania persecutoria, risolva il problema.

Qua abbiamo il problema che non viene riconosciuto a nessun livello IL MERITO.

Nel mio mondo ideale, riferendo allo specifico mio microcosmo, vorrei che le regole fossero rispettate e quindi prendano un finanziamento e/o vengano scelti film perché più belli, più promettenti. Per dire, all’interno dell’Associazione di cui faccio parte  a un certo punto avevo proposto che si trovasse un modo per rendere anonima la presentazione dei progetti che richiedessero finanziamenti, giusto perché per esperienza personale ho beneficiato di premi importanti che so per certo di aver “meritato” perché appunto erano in forma anonima (di uno di questi, il Solinas, ho poi  anche fatto la giurata e scoperto che è veramente così, non si sa assolutamente di chi siano le sceneggiature inviate, a volte vince un giovanissimo, a volte è successo anche che capitasse di scoprire che la sceneggiatura più innovativa e bella fosse scritta da un vecchio signore).

Da noi vige la gerontocrazia perché a tessersi la rete di favoritismi e raccomandazioni magari ci si mette un po’ perché scontiamo ancora un sistema creato da gente che ha saputo mettere la valigia tra le macerie giuste negli anni della ricostruzione, fa parte quindi del nostro DNA, e questa tendenza alla raccomandazione e alla prepotenza nell’imporre le cariche quando si tratta di giovani (un concorso, un posto) premia il giovane raccomandato. I giovani, ma raccomandati, ce la fanno eccome.

Ecco perché non abbiamo potuto nemmeno prendere in considerazione l’idea dell’anonimato dei progetti, nel nostro campo, perché se non si scardina il meccanismo della raccomandazioni, nel nostro sistema, nei meccanismi politici e statali, sarebbe solo una ridicola ipocrisia.

E’ quindi questo il punto, non è una questione di età o sesso, in questo Paese, basterebbe, in teoria, molto meno.

E’ vero che i giovani sono privati del loro futuro a causa della cattiva gestione del passato, ma non è vero che l’appartenere alle categorie penalizzate da un Sistema significhi esserne la soluzione.

Non è che se Zeman allena male la Roma arrivi tu dal tuo divanetto e la porti allo scudetto perchè sei un genio del fantacalcio.

Anzi. A volte, anzi.

La rabbia e la ferita sono sempre il peggior primo motore immobile di qualunque azione.

Quello che appunto mi fa paura è che mi pare che non si sta dando la possibilità a chi, in questo ultimo, ultimi due, tre, quattro decenni recenti, è stato escluso seppur meritevole, quale sia la loro età, quale il loro sesso, razza o religione.

Ho letto, proprio ieri,  un elettore del Movimento di Grillo che scriveva – con il solito tono gna-gna-gna– chissà quanto stanno a rosicà i giovani aderenti al PD che stanno da anni nell’ombra a fare il lavoro sporco, portare borse e scrivere i discorsi per i vecchi del partito e invece il M5S manda subito i giovani del movimento dritti in Parlamento.

A rosicà?

Allora se davvero questo Movimento avesse la nobiltà e la propensione a uno svecchiamento reale della nostra politica ma legata onestamente al merito, è per quei meritevoli con il know how in mano (oltre a lauree, sapere didattico che in sé e per sé sono utili come saper fare una ceretta) che farebbero il tifo.

Dividiamo, nella nostra provinciale Penisola, troppo spesso i buoni e i cattivi sulla lavagna in base a una conoscenza o un sapere che si legano all’essere laureati o meno, ultimamente anche l’età entro la quale hai ottenuto il pezzo di carta è entrata nel mirino degli angeli del Giudizio, e poi ci stupiamo perché Renzo Bossi se lo sia andato a comprare al mercato. E quindi oggi Grillo si vanta su twitter che il suo Movimento c’ha più laureati degli altri partiti politici. Come se fosse questo il punto.

Sapere e conoscere non significa solo “studiare in vista di”, prepararsi per quel dato compito di cui ti investi, significa studiarne e poi esperirne. Pensare che mandare in un Parlamento che deve governare e decidere per sessanta milioni di persone dicendo che sono adatte a farle perché “studiano” è della stessa pura retorica di quel film in cui mandano in trincea uno che ha tanto studiato a comandare soldati che fanno la guerra da anni e dir loro cosa devono fare, salvo che poi lo studentino vomita di fronte al primo cadavere squartato e va in panico alla prima sparatoria, correndo a nascondersi sotto il tavolo. E il vecchio soldato che lui ha massacrato dal minuto uno del film salva tutti, compreso lui, perché sa cosa fare.

Se avesse prevalso il concetto puro e semplice e sintetizzabile nella sola parola del merito  nella campagna elettorale cui abbiamo appena assistito e fosse stato sincero da parte del Movimento 5S, (ma anche e soprattutto è alla sinistra che muovo questa critica) è a quelli che stanno in prima linea ma da troppo tempo relegati  nelle seconde e terze file della politica che avrebbero adesso affidato i fucili e facendosi da parte per imparare con umiltà.

Questa sarebbe una rivoluzione.

Non la rivoluzione culturale raccontata da Zhang Yimou in “Vivere” dove gli studenti di medicina mettono tutti i medici e professori in carcere, salvo lasciar morire una donna di parto perché nessuno dei presenti ha mai davvero seguito una nascita o fermato un’emorragia.

Conoscere il proprio mestiere non significa studiarlo e leggere documenti, significa aver fatto la gavetta dal basso mentre si studiava, aver fatto pratica umilmente dai gradini più bassi del mestiere, aver tirocinato con chi ha l’esperienza, fosse anche un’esperienza da superare, non si può diventare scrittori senza aver prima imparato l’alfabeto, scrivere sceneggiature geniali senza aver prima partecipato a sceneggiature più classiche comprendendo i meccanismi base della scrittura e vedendo sullo schermo che risultato se ne ottiene.

Pausa video esplicativa:

Non devi arrivare a centodue anni per avere gli strumenti per fare carriera, ma nemmeno fare decollare un aereo appena ti iscrivi al primo corso di volo. Non riusciamo mai a capire il giusto mezzo, da un punto di vista del Pensiero, in questo Paese. Vero è che chi  ha rabbia in corpo e urla pensa poco e solo quei pensieri che portano l’acqua al proprio mulino.

Devi conoscere il mestiere per poterlo rivoluzionare, e non conoscerlo perché stai a casa davanti alla tv e dici “ah, io lo farei tanto meglio”.

Ripeto: la nostra volontà non coincide necessariamente con la nostra reale capacità.

Mi spiace, di fatto, che ancora una volta si strumentalizzino con demagogia e un populismo piccino categorie anagrafiche, di genere, buttando nel calderone qualche pensionato e qualche disoccupato per dirsi rivoluzionari.

Sono trucchetti vecchi come il cucco, che questa volta estendono la campagna pubblicitaria con immagini un po’ Benetton di giovani, donne (spero a questo punto anche il pensionato col cagnolino in braccio tipo Umberto D. e una tata di colore…) che arrivano in Parlamento. Certo, meno pittoreschi dell’ingresso di Moana e Cicciolina negli anni ’80 ma spero con ben altri esiti. Che non sia solo spettacolarizzazione, ovviamente lo spero.

Ma che ci sia dietro il solito vecchio movente che ha portato alla rovina questo Paese, questo è innegabile: si combatte per mettere il proprio, di culo, su una poltrona e non quello di chi merita e nessuno ha la nobiltà di riconoscere chi merita davvero e/o ammettere la propria reale capacità. Il merito non si legge nelle sfere di cristallo, ed è folle mettere alla prova  la gente dandogli direttamente la mia vita nelle mani. (perché pure questa, di assurdità leggo in giro “mettiamoli alla prova”)

L’addestramento si fa altrove, dove non si può fare male a nessuno.

C’è chi dice: “ma la gente li ha votati”.

Non è vero. La gente ha votato Grillo, al punto che in tutte quelle schede elettorali in cui era possibile mettere un nome hanno messo il suo nonostante lui non si fosse ufficialmente presentato. Grillo si è messo davanti, ha utilizzato gli stessi mezzi oratori e visionari di quelli che in passato hanno solleticato la frustrazione e il bisogno di rivalsa di persone che si sentivano altrimenti in ginocchio, in crisi, con il bisogno di sentirsi migliori.  Così come dall’altra parte Berlusconi da sempre utilizza lo stesso identico metodo ma parla a una massa con interessi diversi, così come ha creato, quando nacque, un’ immensa adesione popolare la Lega.  Anche quei linguaggi non erano dissimili, solo che logicamente per loro stessa natura, non potevano raccogliere consensi in TUTTA l’Italia.

A Grillo roderà, per usare lo stesso linguaggio, ma lui non è che l’altra faccia della medaglia della stessa modalità di adescamento: culto della personalità, spauracchi, esagerazione di toni e identificazione non di persone-con-cui-non-si-è-d’-accordo ma di orridi nemici spaventosi su cui fare sarcasmo irrispettoso. Ovviamente, senza mai ascoltare, perché su tutto l’altro non può che aver torto.

Ti dicono, beh, Lui non si è candidato. Non essersi candidato direttamente può essere letto in due modi: la nobiltà per cui poi lascia il campo reale ai suoi “ragazzi”, oppure, considerando anche lo stile poco democratico che vige all’interno del Movimento dove uno non può parlare, decidere o fare nulla che non sia approvato o deciso dal capo, mettere delle teste di legno sulle poltrone e governare comunque da fuori con più libertà di manovra.

Il Tempo ci dirà quale delle due, ma un fatto è certo, la gente ha “votato” Grillo e lui ha deciso chi mandarci al posto suo, scegliendo in trecento tra alcuni nomi che lui ha selezionato (mini-primarie).

Dunque  le persone che Grillo manda in Parlamento la gente non le ha di fatto votate, nessuno ha idea di chi siano, i curricula presentati sono curricula di brave persone, ma nessuno appare avere reale esperienza della cosa pubblica.  La gente “ha votato” Grillo e “ha creduto” ad una delle tre campagne pubblicitarie messe sul mercato. E’ lui che ha deciso, da solo, o diciamo pure con ben trecento persone, che questi selezionati meritano, sono pronti.  E la gente si è fidata di LUI. Ripeto per essere volutamente pedante: la gente non ha votato le persone che vanno in Parlamento, nessuno di noi ha la più pallida idea del loro merito, talento, intenzioni. Ma Grillo è stato bravo a portare a LUI gli elettori.  Pare che nessuno abbia davvero riflettuto che governare un Paese è tutto fuorché un gioco.

Nessuna delle tre campagne pubblicitarie in vista delle elezioni ha utilizzato i concetti apparentemente più semplici e fatto promesse credibili, al più si deve riconoscere a Bersani l’aver tentato dei toni più rispettosi e il non essere caduto nell’altro grande cancro della nostra recente politica che è l’aggressività, la mancanza di rispetto, la tendenza a urlare, offendere, trattare gli avversari come nemici.

Si è creato, tra gli atteggiamenti e i toni sia di Berlusconi che di Grillo un clima e un tono da teppisti che non può che peggiorare la serenità, legalità e sicurezza del Paese in cui viviamo.

Questo mi stona, il riferimento alla “Rivoluzione” quando abbiamo subito e subiamo ancora una volta realtà stantie e vecchie e croniche che nessuno ha mostrato la volontà di cambiare. Quindi non c’è che da essere pessimisti e preoccupati perché, mi spiace, è evidente che nessuno, ma proprio nessuno, ha giocato questo gioco pensando al bene di tutti compresi anche e soprattutto quelli che hanno idee diverse dalle proprie, concetto base di qualunque democrazia.

Insomma, ancora una volta siamo stati tutti massa numerica di spostamento voti, e qualche categoria, quelle più da copertina, strumentalizzati alla stregua di una campagna pubblicitaria.

Strumentalizzare e fare gadget di chi si percepisce più esteticamente che eticamente “debole” è un diversivo ulteriore e anche in questo caso, nemmeno nell’insperata occasione  di cambiamento che sono state queste elezioni si è riusciti ad avere la sobrietà e la sintesi dell’utilizzo, infine, dei due concetti semplicissimi suddetti:

far vincere il Merito

 pensare al bene del Paese con umiltà al di là e al di sopra del proprio narcisismo e dei propri personali scopi.

Viviamo in un Paese in cui si dimette il Papa, ma in cui certo non ci facciamo mancare gli unti dal Signore.

cambia-mento

di cinema · il mondo dalla mia stanza

artista ci sarai

Qualche giorno fa ero ospite in un programma televisivo sul cinema, ogni tanto mi ci invitano e siccome negli ultimi mesi per tipo tre volte consecutive non ero andata per ragioni varie e non amo accumulare cattivo karma (quando hai un film da lanciare i programmi non bastano mai, quando non hai niente da dire lasci che abbiano la meglio la tua tendenza al basso profilo e la naturale refrattarietà a farti riprendere /fotografare) insomma, mi sono sforzata e ci sono andata.

Uno che ha la partita IVA del regista, e che per comodità risponde “regista” quando ti chiedano che mestiere fai, dopo aver sperimentato che rifugiarsi nell’espressione “lavoro nel cinema” può generare la domanda “che bello, in quale cinema?” , costui nei lunghi periodi in cui sta lavorando mollichina – mollichina per costruire il suo successivo film, ergo una media di quattro/cinque anni di paziente tessitura,  ha modo di osservare l’ambiente in cui si muove con un altro sguardo, meno coinvolto e frenetico.  Una parte molto bella di questo mestiere, per me, è che sei professionalmente giustificato all’ossessione per l’osservazione e  quando sei fuori dalla corsa dell’effettiva fattura del tuo film, ti fa osservare e riflettere su cose che riguardano il tuo lavoro che mentre sei in apnea non noti magari così bene.

Però, in questo periodo di latenza, in cui di fatto magari lavori persino più di quando stai girando o montando il film o di quando lo stai scrivendo, una domanda che temi è “Stai lavorando? Che stai facendo?”.  E’ inevitabile nel mondo dello spettacolo, la prima domanda che le persone si fanno è “stai lavorando/su cosa stai lavorando”, non  “come stai”, non un’affermazione tipo “ti trovo bene”, ma appunto rimanda alla questione se sei o no in paga.

Quindi se qualcuno ti intercetta nel tuo periodo di latenza/elaborazione e la prima cosa che ti chiede è su cosa tu stia lavorando, in un contesto spersonalizzato come che so, un convegno, un programma televisivo appunto,  poiché è impossibile spiegare brevemente la natura di questa fase del proprio lavoro tu praticamente non rispondi e finiscono per rispondersi da soli con affermazioni tipo che sei “in pausa”, come se qualcuno che deve mettere insieme il pranzo con la cena potesse mai essere veramente “in pausa”.

Sì, sono in pausa, non avevo mai visto le Maldive, ho detto ma perché non farmi un bel viaggetto.

Ma non è questo che mi ha fatto riflettere, dalla mia osservazione di quelli che parlavano dei film in sala, degli incassi, recensioni e via così.

Una persona ad un certo punto ha detto “Ma chi se ne frega degli incassi, perché siamo così ossessionati dai numeri?”.

Ancora prima, ad una critica negativa sul suo film aveva accusato chi i film invece di guardarli ne segue solo la storia.

Ho già scritto qui e detto altrove che sulla seconda affermazione sono abbastanza d’accordo.

La bellezza del cinema risiede nel suo raccontare per immagini, è un lenzuolo bianco su cui si proiettano gesti che sostituiscono le parole, immagini che raccontano eventi in pochi secondi, sentimenti nella scelta di un taglio di inquadratura. Che il cinema non sia un romanzo e non sia nemmeno teatro, questa cosa purtroppo critici, un pubblico sempre meno istruito  ma soprattutto chi tiene le fila decisionali della creazione del Cinema, lo dimentica spesso.

C’è però questa faccenda pericolosissima delle cose definite “arte”.

Capita a volte che un certo manufatto si riveli essere arte, ed è una cosa che devono stabilire altrii fruitori, meglio ancora se i posteri perché è arte quell’oggetto che resiste nel tempo e riesce a mantenere la sua universalità al di là del contemporaneo; certo è comunque  che non te lo puoi dire da solo e sicurissimamemente non puoi stabilirlo a priori.

Mo’ faccio un’opera d’arte, va’.

E’ esattamente come il patetismo di quelli che si dicono da soli d’essere bellissimi e/o bravissimi e persino fuori da ogni ironia.

Non potrò mai condividere che si pensi che sotto l’ombrello di una pretesta artisticità ci si possa proteggere per snobbare il fine ultimo di qualunque espressione creativa, artigianale e anche artistica: che più gente possibile possa fruirne (e della mancata visibilità puoi accusare il sistema, gli altri. Cioè, so che c’è ma non posso vederlo), ma anche trovare il modo che più gente possibile voglia fruirne (e di questo puoi accusare o ringraziare solo te stesso e il risultato che hai ottenuto. Cioè so che c’è ma preferisco andare dal dentista per la devitalizzazione d’un molare piuttosto che vederlo).

La bellezza ha mille modi per arrivare ad ogni singola categoria di persone presenti sulla terra, e il Cinema, visto che usa il senso più immediato di cui possiamo disporre – la vista – ha potenzialmente mille cavalli di Troia tramite i quali veicolare la bellezza.

Ne ho già parlato nel mio blog in risposta a diverse faccende e pretesti, ma non finisco di stupirmi quando mi ritrovo a constatare che in questo mestiere per sua natura così fortemente al servizio degli altri, ci sia ancora chi pensi che sia morale utilizzare cifre che anche nel più lowbudget dei casi potrebbero mantenere chissà quante famiglie per quanto tempo, per farsi le proprie pippe mentali o partendo dal principio, e  partendoci a priori, di voler arrivare solo a una nicchia elitaria di persone. Elite che poi sono quelle stesse persone pseudo-intellettuali che quando in un film non c’hanno capito una mazza dicono che è bellissimo e poetico, perché convinti che quello accanto a lui che sta sperticandosi in complimenti sia più intelligente e colto,  visto che a quanto pare “ha capito”, in una catena di incomprensione il cui risultato è avallare dei mostri.

Intendiamoci. E’ un fatto triste che, nell’industria del cinema, anche quindi quella italiana così zoppicante e in crisi di identità, se un regista presenta un progetto a una major o a chi comunque abbia qualche spicciolo nel borsellino per fare un film, il referente col borsello in mano valuti come prima cosa quanto quel regista abbia incassato nel film precedente, ed è tristissimo se succede che, per colpa del regista o per circostanze altre,  le cifre siano deludenti e quindi quel regista rimane “in punizione” per anni prima che gli venga data nuova fiducia, ma è un fatto anche che se i film italiani incassassero tutti poco, non se ne farebbero più.

In questi anni in cui ho partecipato con passione all’attività politica di un’associazione di cui faccio parte, con l’intento di arginare i tagli alla cultura e quello concreto di proporre nuove leggi e soluzioni per trovare sul mercato più finanziamenti per il cinema nazionale, ho allo stesso tempo sempre affermato che personalmente non penso che chiunque si ritenga autore e abbia un progetto da portare avanti abbia in sé e per sé il diritto di fare un film solo perché vuole fare un film.

Abbiamo tutti diritto a gareggiare ad armi pari e avere lo stesso accesso a finanziamenti, produzioni etc. questo sì, e abbiamo diritto a sapere chi sceglie cosa e in base a quali regole. E quel che manca a questo Paese è sicuramente la credibilità di chi ricopre quelle posizioni decisionali.

Quindi, da una parte, se davvero avessimo strumenti per finanziare cinema arthouse, a decidere cosa sia arte e cosa no dovrebbero esserci persone che posseggono gli strumenti e l’autorità per compiere delle scelte.

D’altra parte se realmente avessimo un’industria cinematografica vera e propria, nessuno potrebbe negare ad un’industria il diritto di pretendere un riscontro economico per il prodotto messo sul mercato.

Ma persino Michelangelo non avrebbe mai scolpito la Pietà o dipinto la Cappella Sistina se non avesse ricevuto il suo compenso da una parte e desiderato che più gente possibile al mondo vedesse e apprezzasse il suo lavoro dall’altra.

Questi manufatti chiamati film che a volte diventano Cinema, li creiamo per gli altri, non per noi stessi, non per compiacere i critici o per urlare “mamma mamma, guarda, senza mani!” e per farci dire ma che bravo nel vialetto del parco.

Più passano gli anni e più ne sono certa, la ragione per cui qualcuno si impegna nell’intrattenimento o nell’arte non può risiedere solo nel bisogno di rendere socialmente accettabili le proprie nevrosi  – come diceva Freud,  argomento su cui non a caso già da ragazzina ho scelto di scrivere la mia tesi di laurea –  ma, soprattutto quando si ha la responsabilità morale del denaro che ti viene affidato, del centinaio di lavoratori che vengono coinvolti e del fatto che magari a te è stata data la possibilità di fare un film e altri no, non si può non essere generosi come cuochi e appassionati come gli artigiani a cui non dovrebbe importare il narcisismo del proprio riconoscimento ma la felicità di chi fruisce e usa quel che si è fatto, con la gioia di aver fatto bene quel che si era chiamati a fare.

E’ vero che  una delle battaglie che si devono fare è partecipare alla richiesta di cambiamenti nella società che facciano sì che a tutti vengano dati strumenti per capire e sviluppare la curiosità di provare tutti i sapori del mondo e non sempre e solo pasta al pomodoro o il risotto alla milanese, di cercarli, volerli e saperli decodificare,  ma questa attività non coincide con la creazione di un film, (né può diventare l’egocentrismo con cui si trancia con un “chi se ne frega se non mi cercano”), nasce prima e nasce “tra”, è il tempo che si dovrebbe impegnare in battaglie per migliorare le regole, leggi, scuole, cultura del Paese in cui si vive, come semplici cittadini nella vita quotidiana dei periodi di latenza.

Insomma, mentre me ne stavo lì seduta ad ascoltare mi sono confermata la nota stonata che suona quando si dice, quindi si pensa, che questo sia un lavoro che si fa per esprimere se stessi o farsi belli nei salotti elitari, e non per regalare qualcosa agli altri, a più altri possibile, e mi sono confermata anche la contraddizione per cui ci si possa risentire o offendere se a qualcuno il tuo piatto non piace, o credersi superiori perché qualcun altro non ha gli strumenti o la cultura per comprendere certi sapori.

Ci sono due cose che non si possono imporre, una è di provare un sentimento che non si prova, l’altra di andare a cercare cose che non si sa nemmeno che esistono, e non si può accusare chi non ama di non amare, come chi non cerca qualcosa che non sa nemmeno che esista, di non cercarla.

cibi

il mondo dalla mia stanza

EROJ (ovvero se si è più bravi quando si resiste o quando si delega)

Parola in voga in questi giorni: dimissioni.

Un evento storico, il Papa si dimette. Quando ho letto la notizia su una prima agenzia Ansa (ormai le riceviamo tutti sul cellulare e conosciamo le notizie in tempo reale nemmeno fossimo tutti dei reporter a caccia di scoop) ho pensato ad una specie di strano scherzo carnevalesco. Il fatto che quest’uomo, quasi confermando la profezia di Nanni Moretti, abbia detto semplicemente “non me la sento più” ha scatenato non solo la goliardia dei social network ma anche la disanima del concetto stesso di dimissione, dis-missione di quel che si sta facendo, del ruolo che si ricopre, della poltrona che si occupa. Frase più letta in giro: “Si dimette il Papa eppure …. (riempire i puntini con il nome del politico che ricopra un certo ruolo dall’autore della frase più odiato) mica si dimette!”.

Avevo un professore di greco, al liceo, odiato più o meno da tutti,  col senno dell’adulta nemmeno poi così bravo nel suo mestiere, in più umanamente livoroso e vendicativo, di cui a scuola chiunque, anche chi non lo avesse come professore, diceva “Aoh e quando va in pensione, quello!” dato che il signore in questione, vedovo e con non troppo da fare, stiracchiava la sua carica oltre ogni limite d’età e legale, sforzandosi di rosicchiare un anno in più, un mese in più, un quadrimestre in più.

Poco tempo fa sono andata in un ufficio ministeriale e ho incontrato una persona che conosco da almeno una quindicina di anni e che sapevo in pensione, ma stava lì, diceva a “sistemare le sue cose”, e quando è uscito gli altri impiegati hanno commentato che proprio gli veniva difficile lasciare.

Quando qualcuno “lascia” il mondo dell’opinione di spezza in due.

Un Papa, si pensa, non può lasciare finchè non muore. Scopriamo invece che legalmente potrebbe eccome, per limiti d’età, per dire.

C’è chi dice che è eroico tener duro nella posizione, anche se non ce la fai proprio più – fisicamente o anche solo psicologicamente – chi dice che è elegante lasciare quando ti rendi conto dei tuoi limiti.

C’è una categoria di persone che personalmente guardo con sospetto, quelli che non finiscono le cose che iniziano. Per me quel che si inizia si finisce, soprattutto quando ci si accorge d’essere recidivi del cominciamentononfinito.

Corsi di qualcosa, scuole, la potatura delle siepi del giardino, quel certo mobiletto per metterci i dvd, l’archiviazione in ordine alfabetico dei propri libri.

E’ stato detto, l’uomo viene sulla terra per cominciare qualcosa, io aggiungerei “magari anche per finirla”.

Ma se un compito che ti sei assunto poi diventa davvero troppo faticoso, persino pericoloso o invalidante per la tua vita? Per il tuo benessere?

Ci sono cose che a un certo punto ci ammazzano ma pur di mantenere il punto ci massacriamo la vita.

Quante volte abbiamo detto ad un amico, un’amica, che vediamo stravolto e stanchissimo per qualcosa che tenta di portare avanti nonostante sia evidentemente massacrato nel corpo e nello spirito: “Ma dai, cazzo, molla!”

Forse, in qualunque cosa della vita, nessuno è veramente così indispensabile, mentre è indispensabile per quel compito chi è utile per svolgerlo.

Fare le cose male e soffrendo, è veramente utile?

C’è una specie di retorica del sacrificio che non è necessariamente solo di matrice cattolica, c’è anche una retorica dell’abnegazione figlia degli anni ’80 che ci fa credere che quella certa cosa possiamo farla noi e solo noi e che saremmo considerati pusillanimi se, per dire, ogni tanto delegassimo, oppure se lasciassimo.

Lasci e vai alle cose che davvero ami e ti fanno sentire vivo e un altro più motivato o più fresco di te prosegue il compito, non è più giusto per tutti?

In questi giorni di discussione sulla dismissione da un certo ruolo e un certo compito e i concetti di eroismo o vigliaccheria a questa legati, ho pensato che ci sono due cose che nella vita quotidiana ci sfuggono: una è che in effetti se uno credesse nell’ideale per cui si sacrifica più che in se stesso, capire di non essere all’altezza in fondo è un atto di passione per l’ideale che si difende;  dall’altra parte invece che se un compito o una missione di cui ci si è investiti ci fa male e ci toglie gioia di vivere, corrisponde a compiere un atto contro se stessi.

In fondo Archiloco con i suoi versi sullo scudo perduto ha scandalizzato i suoi contemporanei, quando si diceva che un guerriero dovesse morire pur di non perdere il suo scudo. Archiloco ha fatto notare che niente ha valore come salvare la propria vita. In fondo da morti, come da frustrati, da isterici, da inaciditi per star vivendo una vita che ci fa male, si è meno utili.

“Mollare” quindi forse non è sempre la scelta di una persona che si arrende, magari è un atto d’amore per la propria vita o per la cosa che si stava facendo. In una società con ansia da prestazione come la nostra ammettere “è meglio che lo faccia un altro, io non ce la faccio” o anche solo “forse è arrivato il momento che lasci il mio posto a qualcun altro” alla fine mi pare più eroico.

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