“E’ un modo di dire” (paese che vai, espressioni che trovi, gente che scende,gente che sale)

Oggi parlavo con un’amica e chiacchierando del bilinguismo e dei bambini che in generale sono circondati da più lingue mi è tornato in mente  – ovviamente – il mio percorso/rapporto con le lingue. Nata e parlante finlandese, mi ritrovo proiettata in un paese in cui parlavano un’altra lingua, detta l’italiano, incomprensibilissima e aggravata dal fatto che, trovandoci in Sicilia, c’era anche chi parlava in dialetto, per cui una volta che pensavi di aver capito come si dicesse una certa cosa, scoprivi che in realtà la parola non era in quella lingua detta l’italiano ma “un’espressione dialettale”.

Chi nasce tra gente che parla una certa lingua e deve poi acquisirne un’altra o peggio chi nasce tra gente che parla più lingue (tipo mia sorella e io o le mie nipoti) ha un rapporto molto particolare con il significante di un’espressione verbale che lega due o più persone. Ogni cosa per te ha due nomi, non nel senso che sai tradurre la parola che la connota in un’altra lingua, no, spesso ti viene proprio in mente con due codici verbali diversi.

Poi è vero che potendo beneficiare di più codici alcune parole ti risultano più onomatopeiche quindi per te la “vera” parola per definire un certo oggetto resterà sempre quella. (per me il cetriolo sarà sempre kurkku, lo capite da soli che è più onomatopeico per definirlo).

Ci sono poi le cose buffe che fanno ridere solo te, cioè gli incredibili incidenti di significato tra una lingua e l’altra. In finlandese “guarda” o “sguardo” si dice katso (letto come state immaginando), mentre provate a dire pane in un contesto sbagliato in Finlandia e vedrete l’effetto che fa.

Quindi ogni persona coinvolta in questa faccenda delle più lingue può sviluppare personali ossessioni, fissazioni, un modo proprio di pensare, di esprimersi.

Qualche giorno fa, in uno dei miei rari momenti ordiniferi (da “ordinare” significa letteralmente mettere in ordine cose buttate a minchia in cassetti e armadi– dal dizionario Anne-Mondo  Mondo-Anne) ho ritrovato un quaderno di quand’ero bambina, e precisamente quaderno dei temi delle vacanze.

Con Lorenzo abbiamo riso molto della mia pedissequa precisione a rispondere ai quesiti, cioè come interpretavo le richieste e le parole.

Allo svolgimento del tema “descrivo la mia casa e la mia famiglia” scrivevo, ligia: “la mia casa è un appartamento sito in via… al piano… di cinque stanze ben ordinate con pareti di vari colori. La camere sono…” e via così, praticamente la descrizione di un agente immobiliare a cui poi è subentrato un impiegato del censimento: “la mia famiglia è composta di cinque membri: mio padre, mia madre, mia sorella, io, il cane” (se non altro mi sono messa prima del cane) e poi descrivevo quasi la cartella clinica di ognuno.

Aoh, mi dici “descrivi” non “parla di”, “sfogati”, “cosa ne pensi, cosa provi”. M’hai detto “descrivi”!

Ridendo mi sono ricordata delle ragioni che all’inizio mi spingevano a essere terrorizzata dall’errore.

Una lingua non ha solo parole, grammatica e sintassi perfette, una lingua lega le persone perché ha modi di dire, espressioni, slang.

All’inizio per non sbagliare e farmi ridere in faccia stavo attentissima a non fare confusione tra modi di dire che non avevo capito, questa storia del dialetto, gli errori di sintassi e quindi come certi attori non bravissimi mi sono rifugiata nella tecnica.

Poi ho deciso di tentare di adattarmi e per fare parte della ghenga andavo a caccia degli idiomi locali e dei modi di dire, anche se spesso ne sono rimasta colpita perché di fatto la mente traduceva letteralmente e quindi ogni espressione un po’ creativa o poetica mi lasciava perplessa.

La più eclatante era una canzone sentita alla radio, diceva:

Non si può morire dentro.

Per me “dentro” era il contrario di “fuori”, cioè un dentro spaziale, non allegorico. Quindi ho dedotto, intorno agli otto anni, che per fortuna per morire bisognasse per forza trovarsi all’esterno, a casa eri al sicuro e gliela mettevi al chiccherone, alla morte.

Sono rimasta ossessionata quindi dalle espressioni e dai modi di dire. A volte leggo o sento una frase che avrò sentito un miliardo di volte, sia essa in italiano, finlandese, inglese, e vengo fulminata dalla consapevolezza: ma ci rendiamo conto di che buffa espressione sia?

Oggi, combattendo la quotidiana battaglia contro i vecchi sui bus, ho sentito alcuni ragazzi (presi di mira dai suddetti vecchi in quanto occupanti spazio, in genere) che usavano continuamente l’espressione:

NON CI POSSO CREDERE.

Non ci posso credere. E’ una delle nostre espressioni più utilizzate.

Ma analizziamo la frase.

Io soggetto non posso credere alla cosa in questione, non la trovo possibile, credibile, non ho la fede necessaria per trovare possibile la cosa che è accaduta, di cui mi racconti, di cui si parla.

Quando usiamo perlopiù l’espressione.

E’ morto uno. “Non ci posso credere!!” implica che tu la persona in questione la consideravi immortale? Eri certo che non sarebbe mai morta?

La tua amica ti dice che si sta per sposare. “Non ci posso credere!” beh, grazie, trovavi che la tua amica fosse questo mostro infrequentabile che non potesse mai sposarsi? O una specie di bisbetica misantropa che mai avrebbe potuto amare qualcuno al punto di sposarsi?

Ti raccontano che in un certo posto c’è stato un terremoto, un urgano, un vulcano sta eruttando. “Non ci posso credere!!” vabbè, beato te, su che pianeta hai vissuto fino ad ora?

Insomma, “non ci posso credere” è un’espressione che a ben ascoltarla è buffa, un po’ paradossale.

Ci sono espressioni figurative invece che sono molto efficaci, è vero che esiste una potenza narrativa nell’immagine, che vale più di mille parole.

“Quello è come un gatto nero attaccato alle palle”. E beh, è un’immagine chiarissima, l’effetto che ti fa la persona di cui si sta parlando è immediatamente comprensibile.

Però sarei curiosa di capire chi abbia effettivamente mai sperimentato una simile situazione, e soprattutto sarei curiosa di sapere che gatti frequenta, come ci si è ritrovato con i gingilli di famiglia esposti in presenza di un gatto. E poi un gatto bianco ti farebbe una carezzina?

In questi giorni abbiamo assistito, infine, ad altre espressioni figurative legate alla nostra complessa e sofferta situazione politica.

Allo “scendo in campo” di Berlusconi, Monti ribatte, circa vent’anni dopo, con un “salgo in politica”. Berlusconi si offende perché il modo di dire del suo novello avversario gli pare voler denigrare lui.

Probabilmente l’inconscio di Monti (perché si sa, è dall’inconscio che vengono i modi di dire, come i motti di spirito e tutte quelle cose lì) non ha prefigurato immediatamente la metafora calcistica – come ovviamente è venuto in mente all’altro – ma si è visto come scalatore di una montagna che non gli va poi tanto di scalare: la politica. Oppure senza volerlo ha pensato a quell’altra espressione di uso comune, nata in questo caso da un evento storico, che è “salire sull’Aventino”, una cosa che quindi inconsciamente rimanda a uno che fa come il barone di Munchausen che sta dentro e fuori dalle cose tenendosi in aria per il proprio codino.

Mi aspetto a questo punto qualcuno che per fare l’originale e coniare un modo di dire coerente allo stato del nostro Paese, dicesse “Scendo io la spazzatura”.

(nota: in Sicilia c’è un bellissimo uso transitivo dei verbi: “scendimi la valigia”, “salimi questo pacco sull’armadio”, “esco i libri dalla borsa e arrivo”.)

modi_di_dire

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osservatrice conto terzi
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