c'è pure questo · il mondo dalla mia stanza · whatever

perché io, eterosessuale sposata, mi aspetto che nel mio paese sia legale la famiglia omosessuale

Quando mio padre presentò mia madre a sua nonna, quindi la mia bisnonna, quindi siciliana, pare che questa abbia squadrato mia madre alta, bionda, inequivocabilmente scandinava e abbia proclamato:

Donne e buoi dei paesi tuoi.

Ad ogni difficoltà insorta nel matrimonio dei miei alcune persone hanno commentato che il loro “era un matrimonio sbagliato” perché erano “troppo diversi”.

Quindi da che mi ricordo d’esistere c’è un concetto che mi ha – tra gli altri – disturbato enormemente della mania altrui di giudicare le vite delle persone, cioè che a quanto pare tutti sanno meglio degli interessati chi debba stare, o sposarsi, con chi.

Senza entrare nel merito di quelle culture o società in cui i matrimoni sono/erano combinati (in fondo, ai tempi della mia bisnonna siciliana da quelle parti usava così) in questi giorni in cui negli Stati Uniti alcuni Stati hanno finalmente reso legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso mentre in Francia Hollande si occupa della stessa legge, ho riflettuto particolarmente su questo argomento, dato che di fronte alla domanda se io sia d’accordo o no alle nozze gay ho sempre risposto d’impeto “Ovvio”.

Però siccome detesto chi non argomenta, chi magari prende posizioni standard rispetto ai propri valori o appartenenza politica, mi è venuta voglia di verbalizzare le ragioni per cui ritengo che sia da pazzi o da trogloditi pensare che l’amore tra due persone di sesso diverso non debba avere gli stessi diritti legali e sociali di quello tra persone dello stesse genere sessuale.

Soprattutto è interessante ragionarci perché a un certo punto della mia vita, io donna di gusto eterosessuale, un tempo terrorizzata dal matrimonio (terrorizzata è la parola giusta e il mio ragionamento spiegherà poi il perché) nove mesi fa mi sono invece sposata, senza alcunissima remora e con la più radicata convinzione.

Ci ho scritto su un post dedicato, ma in sintesi la cosa che ho trovato più buffa, un anno fa, quando l’ho comunicato ad amici e parenti, era l’affermazione di alcuni – magari conviventi da anni e con figli – sul perché avessimo deciso di legarci così indissolubilmente, una domanda che mi risultava strana appunto soprattutto da parte di chi avesse figli con un compagno o compagna, cosa che,  senza usare l’espressione un po’ da Moccia versione Grand Guignol dei “lucchetti di carne” tanto in voga in questi giorni, in teoria ti legherebbe a un uomo, o a una donna, molto più di una promessa.

Questo strano paradosso mi ha fatto capire che la società occidentale ha una certa confusione in merito al concetto stesso di “famiglia”, se per esempio ci sono realtà religiose che pensano che una famiglia composta da due persone dello stesso sesso, magari con figli, ne attacchi il concetto stesso, quando non esiste un solo concetto di famiglia. E’ da egoriferiti pensare che quel che noi abbiamo scelto come personale visione del mondo sia l’unica e quella giusta, e il pretesto di tirare fuori il proprio credo religioso l’ho sempre trovato scorrettissimo in ogni campo: la tua fede spirituale, che io accetto e difenderei a ogni costo anche se non la condivido – basta che non faccia male a nessuno – non è non può essere, in una civiltà democratica, base per la legalità di un Paese. Il proprio credo, e anche io ne ho uno, è una cosa personale, intima e una struttura sociale democratica ergo fondata sul rispetto di tutte le fedi, convinzioni e gusti, per buon senso non può certo stabilire le sue regole in base a uno di questi credo.

Comunque sia, la ragione per cui Lorenzo e io abbiamo deciso di sposarci è legata a uno scatto che a volte fanno due persone che si amano tanto, a un certo punto: la voglia di una promessa, un evento rituale di fronte ad amici e parenti in cui ti prometti che nel legame quotidiano fatto di amore, sesso, cucinare insieme, fare viaggi, dividere le spese di una casa, pagare le bollette, tenersi la mano quando uno dei due sta male, sapere che se ti dovesse succedere qualcosa l’altro curerà le cose tue come fossero il bene più prezioso della terra, uscire insieme, appendere le tende nuove, scriversi sms pieni d’amore nonostante gli anni passati insieme, ecco ci si vuole promettere “voglio che sia per sempre”. Ogni coppia innamorata se lo dice, ma proprio perché la società occidentale di oggi è capricciosa, ha assunto il valore retorico del concetto di felicità a: “Ho diritto di fare quel cazzo che mi pare”, a volte promettere diventa quello che Hannah Arendt definiva un’isola di certezza nell’oceano dell’incertezza futura.

Non è un contratto, per cui basterebbe un notaio o appunto basterebbero (anche se sarebbe già un passo avanti quello) i PACS, è una cosa diversa, che non ha valore solo legale, a livello sociale ha il valore di un rito, persino romantico, non moralista ma di impegno morale.

I matrimoni si sa, spesso finiscono, ma due persone che si amano si suppone che facciano il passo perché ritengono che davvero vogliano celebrare con amici e parenti la volontà che il loro impegno non finisca mai, vogliono comunicare e festeggiare che si sentono a tutti gli effetti una famiglia.

E’ una scelta personale che le regole del Paese in cui si vive, se è democratico, devono permetterci di portare a compimento. Ripeto: se si tratta di due persone adulte e consenzienti, che siano una verde e una blu, di due sessi diversi, stesso sesso, con la differenza di quarant’anni d’età, uno altissimo e l’altra bassissima, insomma come siano assortiti se lo hanno scelto, sono cavoli loro e nessuno può negar loro l’accesso a questo diritto legale, morale, rituale.

Non è necessario avere uno o otto bambini per essere una famiglia, due persone che uniscono le loro vite a un certo punto sono già una famiglia, perché hanno insieme una vita, delle scelte, dei progetti, una casa, reti di relazioni parentali e sociali che si intessono intorno a loro partendo da un primo motore immobile: quei due si amano e amano la risultante del loro stare insieme, su quella risultante  scommettono persino al di là delle eventuali trasformazioni del loro amore.

In qualunque società e civiltà esiste dunque quel rito, che si svolga attraverso le mani tenute insieme dal capo del villaggio, fino ad elaborati cerimoniali che durano giorni, rito che celebra, comunque sia espresso, la nascita di una famiglia, cioè il primo motore immobile d’una vita comune che ne intesserà altre.

La nostra società sta perdendo ogni gusto e ogni amore per i rituali, che sono invece alla base della vita collettiva: la gente non va più al cinema, al teatro, si incontra sempre meno, tanto che il bisogno di rituali collettivi ormai si sfoga nella società occidentale nei più strani surrogati.

In teoria la famiglia è la prima pietra su cui si fonda ogni collettività. E comunque anche chi non voglia fare parte di una coppia e stia bene per conto suo, non vedo perchè dovrebbe sentirsi minacciato – o più minacciato – da chi fa la scelta di sposarsi, mettere su famiglia, se si tratta di due persone dello stesso sesso.

Faccio la stessa domanda ingenua più volte ripetuta da bambina: “Non capisco, a chi è che fa male?”

La scelta che questa coppia possa fare di vivere insieme, non vivere insieme, o desiderare di celebrare una promessa che abbia valore legale ma anche romantico, sociale, morale, è un diritto bello e buono, e nessuno può arroccarsi il  più immorale, lesivo ed egocentrico degli atteggiamenti che è quello di giudicare se l’assortimento di questa coppia sia “giusto” o “sbagliato.

Nessuno dovrebbe potersi permettere di decidere i canoni della famiglia perfetta, ogni famiglia è una realtà complessa, un lavoro che due persone portano avanti motivate da una visione comune e un sentimento che il resto del mondo, fuori, può rovinare irrimediabilmente impicciandosi tra quelle quattro pareti, entrando nelle vite altrui e giudicandole.

Questa è una cosa che conosco bene. Una delle ragioni che più mi ha spaventato, da ragazza, erano le conseguenze del trauma che ha portato nella mia adorata famiglia d’origine il costante giudizio e intrusione altrui in quella che altro non era che una storia d’amore.

Per questo, oggi, quando vedo coppie di amici formate da persone dello stesso sesso e che si amano, stanno bene insieme, viaggiano, litigano, si tengono la mano quando uno dei due sta male, dividono le spese, attaccano le tende, ricevono amici a cena, fanno progetti, mi domando: “E perché non dovrebbero potersi sposare”?

Non si può fare finta che queste coppie non esistano solo perché non le capiamo, ci spaventa quello che non conosciamo, sia che si tratti di una donna alta bella e bionda che parla un’altra lingua o di una forma d’amore che non abbiamo personalmente vissuto.

Quindi “E’ Ovvio” che dovremmo sbrigarci anche noi a uscire dal fondo della caverna e vedere davvero il mondo, senza soffiare continuamente come gatti selavatici contro quelli di cui abbiamo paura, o meglio, delle loro ombre proiettate sulla parete.

c'è pure questo · di cinema · il mondo dalla mia stanza

un orgoglio italiano: IL NON RISPONDITORE GIAMMAI RICHIAMATORE (ovvero dell’ascolto)

Ti svegli la mattina e scopri da twitter che Obama ha vinto. Sospiro di sollievo, insensata felicità. Insensata perché ti dici, vabbé io non vivo mica in America, questa elezione avrà sì delle influenze sulla politica italiana ed europea, per carità, ma quel che ti rende felice è il principio, il fatto che tu nei valori e progetti di quell’uomo credi, condividi quasi tutto il suo pensiero, peraltro la sua è una vicenda personale straordinaria, già quattro anni fa lo vedevi lì tra i coriandoli e ti dicevi “Cacchio, che storia, la sua”.

Lungi da me affrontare in un post questioni politiche, analisi da bar dello sport delle differenze tra gli USA, l’Europa o nel caso specifico l’Italia. Però oggi, tra le altre cose, guardando sempre al particolare da cui si capisce il generale, ho fatto questa riflessione su una faccenda evidente, talmente evidente che non ci pensiamo più.

Nella landa di desolazione squallida a cui ci ha assuefatto il nostro Paese negli ultimi decenni, hai l’inconscia sensazione che – tra l’altro – qua è dato di fatto che non conti il tuo merito, quello che sai fare, non conta crescere, non conta imparare, contano altri tipi di relazioni umane e, in cima alla lista delle tue dipendenze subconsce c’è che ti sei abituato a una inevitabile e diffusa mancanza di rispetto.

Basta pensare che persino nel corso di un “governo tecnico” come questo, con gente a guidarci che in teoria non fa la politica di mestiere, proprio non resiste, una, a definire la gente choosy, dire ad un malato di SLA che anche i ministri hanno vita difficile; non resiste uno a  cui danno cinque minuti di potere a definire sfigati quelli che non si laureano entro i 28 anni. (ho dedicato a questo ampio post)

Che dire, ci siamo abituati, al fatto che non ci siano regole, rispetto per la dignità delle persone, la loro posizione nella società, nel lavoro, razza, religione o gusti sessuali.

Orbene. Oggi tra le tante cose apparse in giro a proposito di Obama, mi ha colpito questa:

Obama ha risposto – certo, fatto rispondere, ma è uguale – a questa bambina e alla sua letterina scritta con la grafia incerta e le parole ingenue di una bambina. La bambina è figlia di due genitori gay e chiede a Obama se sia giusto che a scuola la prendano in giro e debba sentirsi diversa per questo, la risposta è molto affettuosa e sicuramente cavalca i principi e i valori che ha sempre sostenuto, di eguaglianza, di rispetto etc.

Dici: che cosa retorica.

Mh, soprattutto se detto da noi, che sarebbe un comportamento retorico, è giusto farci una riflessione, io l’ho fatta partendo dalle basi, dall’ABC della nostra vita quotidiana, una di quelle cose che ci siamo abituati a pensare normali, sepolte nel subconscio, e che invece tanto normale non è.

UN ORGOGLIO TUTTO ITALIANO

L’altro giorno un’amica ha notato un cartello incorniciato accanto al mio letto, o meglio sono due quadretti di quelli cornice bianca ikea che contengono due elenchi.

Li ho messi uno accanto all’altro da quel dì per ricordarmi l’ironia di un momento: una persona mi ha mandato tipo i diciotto pensieri del Dalai Lama per essere felici, e io non ho potuto fare a meno di dare un occhio al cartello numero uno di cui sopra, cioè le quindici cose che mi sono scritta in periodo universitario che secondo me erano – e sono – le chiavi base per essere felici.

In alcuni punti paradossalmente le massime individuate dal saggio signore tibetano erano identiche a quelle che avevo segnato io, in altri decisamente no (tipo “Ubriacati, divertiti, fai follie ogni tanto per il tuo equilibrio interiore”, indovinate chi l’ha scritto).

Un punto che avevo scritto e che è sicuramente stato il più consumato con gli occhi è:

Ricorda che il tuo lavoro è anche chiedere, quello di chi sta dall’altra parte rispondere, non ti fanno un favore.

Ergo, le persone a cui chiedi (di valutarti, di darti un lavoro,  sottoporgli un problema che riguarda il ruolo istituzionale che quella persona ricopre) quasi sempre sono pagate anche, se non solo,  per ascoltare e rispondere, per valutare, incontrarti o darti delle risposte.

Ci dimentichiamo troppo spesso che nel complesso sistema civile e sociale in cui viviamo praticamente ogni impiegato è pagato da noi. Dalle nostre tasse  ma anche, in realtà “private”, dalla nostra esistenza stessa di cliente, di paziente, o di utente.

Senza domanda non c’è offerta, in generale.

Parlando di chi si propone per governarci, guidarci, curare la cosa pubblica: per greci e latini la parola agire era divisa in due parole perché avevano senso diverso: agere /gerere, archein/prattein, cioè sottolineavano la differenza tra un’azione iniziata e un’azione portata a compimento, ed è stato associato alla distinzione tra uno che dà il via all’azione, all’idea, e  all’insieme di forze che la portano avanti. Non esiste una persona di potere, nemmeno un dittatore, che non necessiti della collaborazione di altri.

In una società “democratica e civile” questa collaborazione è equilibrata se c’è ascolto da entrambe le parti e se c’è, soprattutto, rispetto.

Come ha detto Obama nel suo discorso, in fondo persino chi guida un grande Paese, per prima cosa deve  ascoltare.

Ce lo dimentichiamo e permettiamo troppo spesso alla gente di parlarci come avessimo ucciso loro il gatto piallandolo con dei bidoni pieni di sabbia.

Non è neanche una questione di educazione ma, a volte, di ricordarsi come funzioni questa rete di Indra per la quale a volte sei tu che devi ringraziare che esistiamo noi e non viceversa, tu che c’hai un lavoro solo perché esistiamo noi.

Dunque, quel principio l’ho scritto perché da ragazza, avendo iniziato a lavorare già quando studiavo, mi faceva una certa fatica prendere su il telefono e chiedere.

Mi sono poi andata a scegliere un mestiere in cui la pratica fa parte integrante del lavoro stesso: prendi su il telefono, chiami, parli con una segretaria, chiedi della persona che sai essere preposta a quel che ti serve in quel momento per proporre/proporti.

Anche ultimamente, mi sono stupita per una cosa: nel mio piccolo, a meno che non si tratti di un evidentemente pazzo/a o maleducato/a di classe assurdamente invadente, anche nei periodi di superlavoro (vedi: prepari o giri un film, per dire) ho sempre risposto a qualunque mail, telefonata di qualcuno che mi chiedesse che so: ti va di leggere questa mia cosa, oppure: vorrei fare ‘sto mestiere tu che dici, oppure: posso venire sul set; o: avrei un favore da chiederti o persino: volevo dirti che mi è piaciuto il tuo film. Rispondo sempre e dopo aver veramente letto, guardato il video, preso sul serio le parole, etc.

Mi stupisce perché a volte, se si tratta di persone molto giovani – ho anche fatto delle belle amicizie come conseguenza di questo tipo di contatto – mi dicono: “Che gentile che sei ad avermi risposto, ho scritto a un sacco di tuoi colleghi e non rispondono mai” .

Negli anni successivi a quelli in cui avevo compilato il mio famoso elenco, avendo poi a che fare con altri Paesi che non fossero solo l’Italia, ho scoperto con un certo stupore che esiste solo da noi una figura particolare, diffusa praticamente in ogni settore professionale, con punte del cento per cento in campi legati a intrattenimento e cultura, e del centocinquanta per cento se si tratta di interlocuzioni politiche; una figura leggendaria, coerente, presente da anni, decenni, che ha attraversato mode, costumi, governi, tendenze.

Egli è il

NON RISPONDITORE GIAMMAI RICHIAMATORE.

Aneddoto: una mia amica, moltissimi anni fa, agli inizi delle nostre “carriere”, volendomi molto bene e evidentemente credendo in me, ha commesso una follia azzardatissima: poiché doveva intervistare Martin Scorsese che era a Roma a presentare un film, la simpatica folle gli ha parlato di me (a mia insaputa, pure io posso vantare di qualcosa che è accaduto a mia insaputa) e si era insomma portata dietro un mio curriculum e lo script di un cortometraggio che volevo girare da un po’ di tempo ma per cui non trovavo il denaro necessario. Non erano ancora tempi per cui si potesse prendere una videocamera e girarsi una cosa in allegria, praticamente non esisteva nemmeno l’Avid, auto prodursi era solo per figli di papà.

Insomma gli ha sderenato i cosiddetti con i perché non gli da’ una letta, perché non le da’ una mano.

‘Na pazza. Si dirà.

Si dirà: ma ti pare che ti caca Martin Scorsese?

Io non sapevo niente di tutta questa surreale vicenda. Un giorno torno nella mia minicasa a Monteverde e vedo nella cassetta delle poste una lettera: la carta intestata in alto a sinistra diceva Martin Scorsese, NY.

Penso a uno scherzo, apro e leggo. La lettera dice che egli ha letto la mia sceneggiatura, che l’ha trovata interessante e funny, che però non avrebbe saputo come aiutarmi visto che  non vivevo in America, però mi dava anche qualche consiglio sul personaggio, persino qualche ingenuo riferimento a qualche produttore italiano di cui aveva sentito parlare e che magari potevo chiamare,  mi augurava good luck e  tanti saluti.

Scritto a macchina ma firmato di suo pugno.

Prima penso di stare vivendo un episodio di Ai confini della realtà. Poi la mente ha fatto il link con i racconti entusiasti di Barbara sull’incontro con il grande Martin un paio di mesi prima.  Conoscendola capisco cosa possa essere accaduto.

La chiamo, le chiedo, e lei esulta con: ma dai ti ha risposto ti ha risposto.

Vabbè.

Chi mi conosce sa con certezza che non ho poi fatto ciò che avrebbero fatto molte altre persone, cioè approfittare di quell’indirizzo e numero di telefono sulla carta intestata (sicuramente d’un ufficio, certo non di casa sua coi gerani sul balcone) e diventare la personale stalker italiana di Scorsese, questo perché non mi hanno mai messo nel cervello l’applicazione che riconosca i file nel formato “furbizia”.

“No mai poi sembra che disturbo, che approfitto, che sono opportunista” e gna gna.

Negli anni ho citato spesso questo episodio così come i rapporti con personalità, produzioni, agenti di attori noti all’estero, per portare all’attenzione un gravissimo problema diffuso negli altri paesi del mondo:

loro non hanno nemmeno un esemplare di non risponditore giammai richiamatore.

Sono assurdi.

Loro:

Vengono al telefono!

Rispondono alle mail!

A VOLTE ADDIRITTURA TI RICHIAMANO!

Una cosa scandalosa, considerando poi che mica parliamo di una persona famosa, una grande figura politica, il Papa, no, è successo sempre, puntualmente, e ad una persona normalissima come me.

Mi stupisco poi mi ricordo: se vuoi essere qualcuno, o meglio se vuoi apparire qualcuno in questo Paese e fare capire che mica stai a gonfià i pesci palla, tu non devi

MAI

rispondere o anche solo fare rispondere personalmente a qualcuno che chiede o si propone, al massimo devi fare così:

fai richiamare da una segretaria meglio ancora una voce automatica che  – in linea con l’altra soluzione via lettera o via mail – dica:

Caro signor ..Rossi.., in merito alla sua richiesta di ..appuntamento.. volevamo dirle che purtroppo il dottor Sparapulli è ..impegnatissimo.. (sostituibile con ..spesso fuori Italia.. oppure ..morto..) e ci dispiace quindi dirle che ci vediamo costretti a rimandarla a ..mai..

Oppure, nel caso sottoponessi un tuo lavoro:

Caro signor ..Rossi.., in merito alla sua ..proposta.. (qui la voce automatica o la lettera/mail può metterci di cosa, con una scelta tra 366 voci diverse ndr) volevamo comunicarle che avendola valutata con attenzione, non rientra nei canoni…

Insomma, bisogna tenere duro per essere dei non risponditori giammai richiamatori doc, perché magari c’è il giorno che leggi davvero la mail, che stai nella stanza quando qualcuno chiama, magari sei un po’ solo, hai una vita privata desertificata, du’ chiacchiere magari te le faresti pure, ma poi?

Che figura fai?

Vuoi o no essere un italiano vero? Un uomo d’affari stile Briatore, un politico inarrivabile, un grande editor, un fantastico produttore, distributore, quel che l’è, ma che, vorresti per caso rispondere o far rispondere davvero?

Fare quelle cose tipo dedicare un ufficio, un paio di persone, alla corrispondenza che arriva e dare anche solo una parola di conforto a un cittadino? Intervenire veramente? Valutare veramente un progetto e senza bisogno che ti sia stato caldeggiato/segnalato/raccomandato?

Insomma, è dal particolare che si vede il generale, quello sempre. Uno poi dice perché anche quando sbagliano, in altri Paesi, finiscono  comunque per fare meglio che nel nostro. Saremmo uno dei Paesi più belli del mondo, avremmo basi culturali da fare impallidire chiunque. Essere felici, sentirsi rispettati persino quando le cose vanno male e c’è da superare un brutto momento, si potrebbe. Non è retorica, l’uomo è un animale sociale, non c’è niente di grandioso che non si possa fare se si agisce “insieme”.

La base del rispetto sta nella famosa espressione per cui gli altri possono e devono essere sempre un fine, mai un mezzo. Passare dalle parole di Obama alla nostra vecchia politica stantia, al fatto che non si prendano seri provvedimenti davanti a personaggi di passaggio in Parlamento che insultano i più sfortunati (ma poi è colpa dei giornalisti), fino ai maschilismi e ai dettami dittatoriali di uno che pur qua si acclama come il “Nuovo che avanza”, che delira come un padre-padrone e che magari attira pure persone con buone intenzioni ma che non fanno il pensiero più basilare e più ovvio nel giudicare una persona: ma rispetta davvero tutti? Ascolta tutti? Ha a cuore davvero gli altri o lascia dominare il suo narcisismo? E’ mosso dall’idea del benessere sociale, culturale, di tutti, minoranze comprese, o sta inseguendo una sua rabbia personale?

I pensieri migliori e più netti si fanno da bambini e infatti i bambini fanno le domande più imbarazzanti, quella che a me è venuta oggi dalla lettera di una bambina e pensando a quando ero piccola io è: ma com’è che nel Paese in cui vivo non si riesce a partire dal grado zero di questa constatazione : chi non ha profondo rispetto per tutti e non ascolta non dovrebbe nemmeno poter ricoprire una carica, avere un posto decisivo, importante, decidere nulla in nome di alcuna collettività di persone, non dovrebbe aver diritto allo stipendio che gli danno, alla poltrona su cui siede.