NINUZZO FOREVA (ovvero perché dovete comprare il “Diario di una vecchia checca”)

Il 27 settembre scorso ho partecipato alla presentazione di un libro il cui titolo è tutto un programma: “Diario di una vecchia checca” di Nino Spirlì. E’ la seconda volta in vita mia che ho l’onore di presentare un libro, e tutte e due le volte si è trattato d’una lusinghiera fortuna. In entrambi i casi una persona che stimo moltissimo, in entrambi i casi un libro che davvero suggerisco agli altri come imperdibile.

Nel caso di Nino la cosa mi è risultata però strana ed emozionante al di là del libro in sé perché conosco Nino da più di vent’anni, e “conosco” è forse un verbo riduttivo, diciamo che io e Nino ci viviamo da più di vent’anni.

La mia principale funzione, il 27 settembre, era quella di testimoniare che ciò che Nino racconta della sua vita con l’artificio del diario non solo è tutto vero, ma di fatto non è abbastanza. Insomma ero lì non solo a confermare che eventi e persone raccontate nel Diario sono vere, ma anche provare a colmare i non–detto.

Per definire “amico” qualcuno devono passare anni, si devono superare anche conflitti – anche se noi non abbiamo mai litigato, a dire il vero – ci si accorge che pur non sentendosi magari per mesi è la prima persona a correre quando ti succede qualcosa di brutto, che a un certo punto si sente o ci si accorge da non un nonnulla che l’altro ha bisogno, e non si esita a mettere da parte il proprio ego o le proprie paturnie per esserci per l’altro.

Quest’uomo-sessuale fieramente calabrese e io si può dire che siamo davvero amici. Quindi è ovvio che un sentimento soggettivo misto di commozione e affetto, nel partecipare all’esordio della sua vita numero 458.929, quella come scrittore, c’è.

L’ho dichiarato pubblicamente, al tavolo, che umanamente gli devo moltissimo. Quando l’ho conosciuto ero una ragazzina, anzi, una bimba sperduta. Danzavo, o almeno ci provavo, in uno spettacolo coreografato da Paola Maffioletti, altra persona fondamentale della mia esistenza, e lui vi recitava – in una delle sue vite, faceva l’attore –.

Ci siamo piaciuti subito, anche perché per una outsider com’ero io da giovinetta un tizio con la barba che si metteva il rossetto rosso Chanel pur indossando una salopette di jeans per fare voltare i camionisti durante il viaggio da e verso il luogo dello spettacolo, non era tipo che potessi non notare.

All’epoca vagavo tra i miei mille progetti, cinema, teatro, Università, tra Messina, Roma e resto d’Europa senza darmi pace,  e lui è stato il fratello maggiore che ti prende per un orecchio e ti dice:

“Adesso tu ti metti tranquilla a Roma, metti a posto i tuoi talenti e ti dai da fare”.

Con Nino, a Roma, ho trovato una famiglia, che non era solo la sua – i suoi fantastici genitori con cui passavo le feste quando non avevo modo o soprattutto soldi per raggiungere la mia – ma anche quella famiglia meravigliosa che lui crea intorno a sé. Quella che negli anni ho appunto soprannominato “La famiglia dei bimbi sperduti”.

E’ una delle persone più allegramente generose che abbia mai conosciuto, se riconosce in qualcuno un talento e la vera voglia di costruire qualcosa nella vita, ti accoglie, non ti fa mancare il piatto di pasta se si rende conto che la sopravvivenza ti sta distraendo da quel che persegui, ti sgrida o ti incoraggia, tutto in cambio di niente. Gli piace fare famiglia.

Penso di non essermi mai divertita tanto come alle cene a casa di Nino, all’entusiasmo con cui gli ho visto montare i suoi allestimenti teatrali, dal modo tutto suo con cui ha fatto persino l’autore televisivo (all’inizio mi domandavo che cosa mai c’entrasse uno come lui con la televisione).

Credo di non aver imparato tanto quanto dall’ironia e l’autoironia con cui passa liscio persino sopra le sofferenze. La perdita di suo padre, amanti ingrati che non hanno saputo comprendere quanto prezioso fosse il suo amore, la tormentata e bellissima storia di sette anni con Manuel, che ci ha emozionato tutti – noi famiglia di bimbi sperduti un po’ cresciuti presenti all’appello della nuova avventura di Nino –  veder lì a leggere alcuni brani del libro.

Quello che ammiro tanto di Nino, e che quindi non mi stupisce affatto del coraggio con cui si mette a nudo in questo libro, è che lui non è mai stato nemmeno minimamente ipocrita ma conosce il dovere morale della vergogna. Non è “un uomo senza vergogna” perché parla apertamente del sesso, dei suoi uomini, della violenza che ha subito e superato.

La vergogna è un pensiero o un’azione che provoca disonore, invece Nino ha sempre vissuto con una sincerità che non ha fatto che accrescere il suo onore e quello degli altri, spingendo a vergognarsi quelli che si nascondono dietro le finzioni, la non ammissione, la finta diplomazia.

Proprio osservare Nino negli anni mi ha fatto fare la riflessione sulla differenza che c’è tra sincerità e spudoratezza, tra senso della vergogna e senso dell’onestà. Oggi si tende a confondere parecchio le due cose.

Essere spudorati alla ricerca dell’effettaccio o esibirsi senza alcun senso della vergogna non sono mancanza di ipocrisia, corrispondono a sguaiatezza e narcisismo sgangherato.

Non nascondersi e saper per primi prendere con ironia le proprie debolezze, la leggerezza con cui si gioca con ciò che di sé può essere giudicato e criticato dagli altri, non rinnegare i propri errori, tutto questo compone  un atteggiamento onesto.

Nino non è mai stato un uomo modesto, nel senso che non ha mai finto di non avere i talenti che ha, ma è sempre stato talmente umile da non aver voluto raccontare, in questo libro, i grandi meriti umani che si è conquistato tra chi gli vuole bene e anche tra chi lo ha ferito. A vincere alla fine è sempre stato lui, perché in più di vent’anni gli ho visto cambiare lavori, look,  religioni, cani, gatti, topi, amori, persino partiti politici, ma quel riesce a raccontare la sua vita fin qui è che chi ha onestà intellettuale forse cambia pelle, ma rimane paradossalmente sempre fedele a se stesso.

Alla presentazione non ho potuto non emozionarmi ripensando a tutti i Nino che ho conosciuto, (uno nessuno e centomila, citando uno dei suoi amori e cavalli di battaglia) e a non stupirmi che i suoi incredibili cinquant’anni finissero in un libro, così come che il debutto di questo diventasse più un evento che la presentazione d’un romanzo, e mi ha emozionato rendermi conto della rete di Indra di rapporti e persone che si sono creati in tutti questi anni, con lui come perno.

Alla fine dovendo proporre di leggere questo libro mi rendo conto che più che dire “compra questo romanzo, è bello, è scritto bene” mi viene da dire “compra questo libro per conoscere la vita di quest’uomo che si definisce checca, si sommerge di autoironia  e non fa che schernirsi, ma ti farà fare un sacco di domande anche su quanto ammettiamo, accettiamo di noi stessi, su quanto siamo o non siamo infarciti di pregiudizi o meno.”

Io l’ho sempre chiamato Ninuzzo, quindi la chiusa non può che essere Ninuzzo forever o per parlare come si parla tra noi Ninuzzo foreva.

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osservatrice conto terzi
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