di cinema · il mondo dalla mia stanza

non si può morire per lavoro o per soldi (ovvero come il cinema potrebbe aiutare le persone)

Una strana sensazione che vivo in questi mesi di gravissima crisi, di fenomeni tragici come i suicidi per mancanza di lavoro, per paura del fallimento della propria azienda, per cartelle esattoriali che ti fanno perdere la testa, è che il resto del paese si sia equiparato al mondo che conosco, intese le persone a me più care, i miei amici, che naturalmente nel 90% dei casi lavorano nello stesso ambiente in cui lavoro io. Non è un mestiere in cui sia facile stringere amicizie con tante persone che non facciano parte del tuo stesso ambiente, anche perché è abbastanza difficile comprendere tempi, modi, priorità e quotidianità di chi si muova nel mondo dello spettacolo e/o cultura.

Dunque, ho fatto conto che tra una cosa e l’altra ho aperto la partita IVA vent’anni fa. Mica bruscolini. Quando l’ho aperta ero anche abbastanza terrorizzata, dato che ero giovane, vivevo nel precariato più totale e sapevo bene – anche perché mio padre me lo ha spiegato con dovizia – cosa significasse avere una partita IVA. Ma senza non riuscivi a lavorare “non in nero”, cosa che il mio spirito nordico mi ha sempre impedito di fare. Per una che pensa che verranno a prenderla con gli elicotteri con la scrittona Fbi se sale in bus senza biglietto, lavorare in nero significherebbe vestirsi da spia russa, parlare sempre in codice ed entrare in casa strisciando sui muri, pistola in mano.

Nel lavoro che faccio io, prima come assistente, aiuto, poi come regista, o come sceneggiatrice, i guadagni potrebbero sembrare immensi, comunicando la cifra che ti danno per un lavoro. Uno immagina che sia come una vincita alla ghigliottina de “L’eredità” o nel “Gioco dei pacchi”, insomma un di più che entra nel menage economico normale. Senza contare che venti, trenta, quaranta, fossero pure cinquantamila euro, o fatturarne pure cento, significa se ti va bene devi farti bastare i soldi (tolte le tasse e le varie percentuali che devi pagare in giro), per un paio d’anni.

Anche nei periodi d’oro, non è che vivi da nababbo. Vivi.

Nel periodo in cui scrivi o giri, combatti al telefono per farti pagare puntualmente le rate del tuo contratto, e se questo avviene, vivi. Quando si è vicini alla consegna, hai l’ansietta feroce del cosa sarà di me domani: pochissimi arrivano ad avere assicurati un lavoro via l’altro.

Dunque per te non esiste una vera e propria “vacanza” perché quando non lavori ti senti “disoccupato” e non certo “in vacanza”. O te la strappi subito a fine lavoro, la “vacanza”, nel tuo beato momento di inconsapevolezza, sennò dopo hai troppa angoscia per pensare di andare chissà dove, dato che appunto ti sei fatto un conto di fin dove puoi arrivare con i soldi che hai guadagnato, ed essendo negli anni diventato superstizioso come una serva analfabeta, sei anche CERTO che il giorno che parti ti chiamano per il lavoro della tua vita.

I viaggi che fai e per cui alcuni non del mestiere ti dicono “che culo, sempre in giro, che posti!” sono o per lavoro, ergo pur tu fossi a Parigi, te la ricordi come quella città in cui cucinano con molto burro e per alberghi senza bidet, o viaggi della speranza a caccia di nuovo lavoro.

Come ho detto anni fa in un altro post, la parte davvero divertente e impagabile di ogni lavoro che si scelga, pur a costo dei suoi rischi, è che ami farlo.

Dunque noi che alcuni chiamano impropriamente artisti, che sarebbe più corretto definire artigiani o operatori di intrattenimento e cultura, ci facciamo i conti da subito col fatto che la tua esistenza sarà:

– precaria forse per molti anni, forse per sempre

– per moltissimo tempo pagato poco, pochissimo

– avrai probabilmente molti molti periodi in cui bollette e spese varie ti inseguiranno

– anche quando ti dice bene, devi sempre considerare che per la tua categoria più di ogni altro al mondo la ruota gira (autori o produttori che ho visto a Cannes sul carpet dieci anni fa, magari te li incontri oggi con problemi immensi e una bruttissima cera in un locale e si fanno pure offrire il bicchiere di vino dicendo che hanno lasciato il portafoglio a casa).

Infatti solo i più stupidi hanno la mancanza di lungimiranza da montarsi la testa nei momenti buoni.

Tutto questo se non sei ricco di famiglia, ovviamente.

Se sei intelligente lo affronti senza alcun vittimismo ma con la sensazione di assoluta libertà di chi ha scelto quel che voleva fare, considerando che da un certo momento in poi non ti pare di aver mai fatto altro e comunque non sapresti fare altro. Ma appunto, la consapevolezza dell’impermanenza devi avercela bella radicata per essere felice e considerare che finchè sei vivo e in salute, va tutto bene.

Qualche anno fa mi sono anche impelagata nella produzione, nel senso sono entrata in compartecipazione e ho dato il mio contributo in qualcosa in cui credevo, non nel senso poetico, ma nel suo potenziale anche di oggetto spendibile, aggiungendo ai naturali rischi della libera professione altri rischi personali, considerando che rispondevo solo di me stessa e solo a me stessa potevo fare danno.

Dunque ho conosciuto un po’ meglio la situazione di chi fa cinema – o ancor peggio teatro, danza, musica – dal punto di vista della produzione indipendente.

Da quel punto di vista gli imprenditori di cinema e teatro e musica, sono per natura i più svantaggiati che esistano.

Quelli onesti, naturalmente. Non i ladri per appartamenti che hanno inficiato questo campo per decenni e per le cui sozzure ci troviamo tutt’oggi a doverci difendere tutti, come categoria.

Ma c’è una percentuale di imprenditori ladri nel cinema non maggiore di quella che riguardi qualunque ramo imprenditoriale, nel nostro Paese.

I produttori onesti camminano perennemente su una corda tesa a mezz’aria.

Di imprenditori di cinema onesti che per la loro onestà, attenzione, e non per il contrario, falliscono, ce ne sono stati a grappoli, in questi ultimi tempi.

A volte è uno scenario umiliante e assurdo: falliscono anche loro perché non vengono pagati e quindi non possono pagare, o i pagamenti sono talmente in ritardo che affogano prima, perché anche loro, come tutti gli imprenditori hanno il problema che lo Stato non paga i soldi pattuiti ma le tasse le pretende eccome e guai a tardare un giorno.

Ma la situazione di questi imprenditori è sempre stata vista con distacco snob. Perché appunto “produttore” di cinema o fiction, o teatro, fa subito sigaro, divano e bella vita, e magari ladro. Cioè: comunque sia, dai, se lo sarà meritato di fallire, andare per stracci, finire sull’orlo del suicidio.

Mi è capitato di assistere anni fa alla scena di un produttore storico, di una certa età, che ha prodotto cinema e fiction molto popolari in passato, mentre smantellava il suo ufficio, la fida segretaria paffutella e con tanti capelli grigi che con dignità sistemava faldoni in scatole ordinate e segnate, l’atteggiamento imperturbabile e di grande rigore professionale, esattamente come se l’indomani dovesse tornare in ufficio, come ogni giorno. Anche se lui, il produttore, fingendosi più allegro del credibile mi raccontava che per adesso si sistemava uno studio a casa, che la casa era grande, che aveva usato gli ultimi soldi per la liquidazione della segretaria e mettere a posto un paio di cose ma che aveva tanti progetti, che si sarebbe rialzato, che gli faceva piacere godersi un po’ casa, la famiglia. Avrebbe lavorato da lì… Un po’ come il protagonista de “Il caimano” insomma, che raccontava bene anche questo aspetto.

Di fatto sapevo che la sua società era fallita appunto per soldi non arrivati e di conseguenza conti che non aveva potuto pagare, messa in conto anche l’aggressività di certi fornitori che appunto pur fatturando milioni di euro (all’epoca miliardi di lire) mandano a gambe per aria le produzioni per fatture davvero risibili.

Equitalia da questo punto di vista ha metodi da dilettante, in confronto a certi “fornitori” o società che hanno a che fare con tutta la filiera del cinema.

Sono filiere di ottusità che spesso mettono in ginocchio le case di produzione piccole, o persino quelle che hanno mietuto successi ma appunto, la ruota gira più velocemente che in nessun altro settore, qua.

Dunque, ascoltando e seguendo con attenzione gli eventi tragici di questi ultimi mesi, ho avuto come la sensazione di una vita e una tensione che conosco, che vedo e respiro da sempre.

Cioè quel modo di vivere e resistere che per me, fino a qualche tempo fa, era difficile spiegare a chi facesse alcun altro mestiere, e che magari ti guardava dall’alto in basso perché cresciuto nella società italiana dal secondo dopoguerra nel suo mondo di terziario, lavoro fisso e fabbrichètte, non riusciva proprio a contemplare tanta precarietà, tanto costante rischio d’impresa, tanta aleatorietà.

“Madonna, ma come fai? Come fate?” era una delle affermazioni-tipo delle persone non del mio ambiente di lavoro. “Io al posto tuo, al posto di quel produttore, mi suiciderei.”

Perché poi, sotto sotto, per tantissima gente questi settori sono un pochino inutili.

L’ho sentito dire davvero spesso, non scherzo. Era una boutade, ovvio, ci si dirà.

E no. A quanto pare, non lo era.

E’ molto molto complicato accettare il cambiamento soprattutto quando nasce da qualcosa di ingiusto, quando ti shocka, quando per te e per la tua vita, al di là di numeri e lettere minatorie che ti arrivano a casa, nessuno pare aver pietà.

Adesso pare che in qualche misura siamo tutti diventati inutili.

Che il nostro lavoro, le nostre competenze, il nostro sapere, sono inutili. O meglio: non ti proteggono. Non conta tutto quel che hai fatto, i tuoi sforzi, quanto sei bravo a fare il tuo lavoro, quanta gente lavora grazie a te.

Mi sono resa conto, in questi giorni, che i tanto vituperati privilegiati contro cui inveivano gli pseudo politici in carica nel precedente governo, sono oggi tra i pochi allenati all’odiosa incognita di una vita non programmabile. Non sapere quanto avrai per vivere, per quanto, non avere la più pallida idea se i tuoi progetti e programmi effettivamente si potranno realizzare, e soprattutto sapere benissimo che dovrai lavorare finchè campi, perché maternità, pensione e diritti sociali per le nostre categorie non sono mai stati comunque riconosciuti se non con modalità degne di Oggi le comiche.

La pensione questa sconosciuta per chi fa l’attore, il regista, lo sceneggiatore, il danzatore, musicista, lavora in produzione, è la regola.

Se il produttore non paga l’Enpals, se non ti hanno versato i contributi, ti cercano coi cani. Ma poi ti ritrovi davanti attori, sceneggiatori e registi di settant’anni che hanno fatto film che ancora oggi ci fanno ridere e commuovere, spettacoli storici, che non hanno da mangiare, che se una pensione viene loro riconosciuta, parliamo di un par di cento euro.

Quindi: per me, per gli attori, gli autori, etc che fanno parte del mondo che conosco, cosa c’è di così diverso? C’è ancora meno lavoro, ci sono ancora meno soldi. Ci si cala di più perché è una piena più grossa, ma giunchi siamo e giunchi restiamo.

A volte penso che forse, visto che abbiamo questa forma di “allenamento”, potremmo impegnarci a diffondere il nostro sapere, umano ed esistenziale, in questo momento qua. Spiegare ad esempio che non ci si può e non ci si deve ammazzare per lo Stato, per i soldi, per i ricatti delle tasse, per il fallimento, per l’odiosa incognita del futuro. Che non ci si può e non ci si deve togliere la vita e lasciare nella disperazione mogli e figli, perché non ci arrivi. D’altronde, come è evidente, non cambia nulla, l’eroico o disperato gesto.

Una delle cose che più mi ha colpito al liceo era Archiloco

Ho sempre amato molto gli scrittori greci e latini – le tragedie, le poesie – e come ogni adolescente trepidante ero inizialmente piuttosto impressionata dall’epicità del senso dell’onore, commossa dai morti giovani per un ideale. Finchè non incontro Archiloco, che ti diceva questo:

“Qualcuno dei Sai si vanta dello scudo,arma perfetta, che presso un cespuglio abbandonai non volendo; ma ho salvato la vita. Che m’importa di quello scudo? Vada in malora! In seguito me ne procurerò uno non peggiore.”

Con la nostra insegnante abbiamo riflettuto su quanto avesse ribaltato l’idea dominante d’una vita che valga meno dell’onore; lui forse per primo ha affermato la priorità e la sacralità della vita.

Chi di quelli che mi legge faccia parte del mondo di questo complicato mestiere lo sa bene, chi abbia scelto libere professioni, chi si è assunto il rischio dell’imprevisto, sa quanto tutti, nessuno escluso, almeno una volta siamo stati tanto disperati e umiliati da pensare di farla finita.

Ma non si può per i soldi, per l’assenza di lavoro, per l’idea che abbiamo legato di noi stessi al nostro risultato di profitto nel mondo, togliersi la vita.

Non è uno sportello amico di Equitalia o le belle parole di chi ci sta dissanguando nella più irrazionale delle soluzioni per mettere a posto i conti di un Paese, che possa modificare quest’idea. Noi stiamo assistendo alle conseguenze di decenni di diffusione di questa mentalità: che il nostro valore e diritto di vivere siano legati al nostro profitto e/o alla definizione che i più provinciali mettono davanti al proprio nome su un biglietto da visita: Dott. Avv. Cav.

Il diritto al lavoro e alla salute è un DIRITTO per cui si devono scervellare quelli che hanno scelto di fare politica o si sono prestati per mettere a posto un Paese. Ma noi per ribellarci alla loro inettitudine mai e poi mai dobbiamo cedere la vita per lo scudo. Finchè si è vivi e si sta bene, c’è sempre una via d’uscita, e soprattutto noi non siamo il nostro scudo.

Forse, al di là della rivoluzione di cui avrebbe questo paese in molti sensi, c’è una rivoluzione di mentalità di cui si sente il bisogno, e probabilmente è proprio il momento giusto per farla, se è vero che dalle crisi nascono i cambiamenti.

 

c'è pure questo · gli uomini maturano, le donne invecchiano · il mondo dalla mia stanza

chi sa tutto sulle madri (ovvero: ancora sul corpo delle donne)

Essendo il mio blog un diario che scrivo con le modalità dei miei diari (più che altro pensieri, non tanto il racconto di ciò che faccio, quindi nel caso di un delitto aiuterebbero pochissimo a comprendere dove stavo e che facevo un certo giorno a una certa ora), spogliato però delle mie questioni più intime perché tra tutti i miei difetti manca se non altro la spudoratezza – quella che oggi viene chiamata “sincerità” –  mi capita dunque che per giorni o settimane niente colpisca abbastanza da farmi solleticare le dita e attrarle verso la tastiera del computer.

Dicevo anche, qualche giorno fa, che il mio blog è nato come diario di bordo d’una persona che fa cinema in questo paese, esigenza che ho sentito necessaria soprattutto per i falsi miti e i pettegolezzi riguardo questo ambiente e questo mestiere che anni fa un paio di politici non troppo alti e non troppo intelligenti hanno messo in giro.

Ma poi la Storia ha consegnato questi personaggi al loro giusto destino, e scrivendo in rete mi sono resa conto che c’è una questione legata alla mia esistenza su questo pianeta da cui credevo d’essermi smarcata molto presto – o meglio che IO ho risolto da adolescente – ma che per questo Paese è ben lontana dall’essere risolta. Mi ritrovo a ragionare e sentire il bisogno di dire la mia su un fattore che pare incredibile essere ancora un problema nel 2012 nel mondo occidentale, che è l’appartenenza ad un genere sessuale piuttosto che all’altro.

Ieri mi ha colpito una cosa, in una delle pause da ciò su cui sto lavorando e che mi portano ad affacciarmi in rete per sbirciare le ultime notizie, le curiosità (pane quotidiano per nuove idee) e i social network.

Leggo la notizia di una donna che a 58 anni ha partorito tre gemelli e mi fa subito pensare a un fatto analogo che mi ha dato da pensare qualche mese fa: un’altra donna di 58 anni madre di una bambina avuta con la fecondazione artificiale e che era poi stata tolta a lei e al marito un poco più grande, a causa di un giudice ben POCO intelligente che riteneva di essere al corrente di ciò che si definisce un giusto modo d’essere madre (e padre).

Mi aveva colpito, della faccenda, la distanza che c’era tra le parole del giudice, che pareva parlare di due centenari un po’ smemorati e quel che rilevavo dalle interviste della coppia in questione, ancora più vederli in alcuni video che mostravano due persone in ottima salute, una donna che d’aspetto  pareva molto più giovane dei suoi anni, e in generale mi parevano due persone in gamba, con idee e valori molto lucidi e che personalmente trovavo giusti.

Mi aveva colpito l’ottusità del giudice che aveva in carico la faccenda, e mi ha fatto venire il vomito un dibattito che ho colto in una trasmissione tv intercettata per caso in una sala d’aspetto in cui ho aspettato per due ore prima di essere ricevuta. Tempo d’attesa che avrei dovuto sospettare proprio per la presenza di un televisore.

Era, credo, il programma “L’Italia su due”, insomma era pomeriggio su Rai 2. C’era quel tipo davvero oscuro sedicente psichiatra o psicologo o mago, non ho mai capito bene, dai maglioncini di cachemire, che credo si chiami Crepet, Crepax, qualcosa così.

Naturalmente hanno messo in mezzo un’altra più celebre mamma agée, Gianna Nannini, che tra l’altro ho visto di persona un mesetto fa e stava una favola.

Sono personalmente inorridita da questi personaggi strani che vagano nei programmi tv facendo di fatto gli opinionisti, dato che al posto di osservazioni tecniche legate al proprio mestiere, esprimono opinioni qualunquiste, personali, più da “signora mia” sul tram che da contributo scientifico all’analisi di comportamenti, eventuali malattie mentali, etc.

Insomma, quella trasmissione con dottor cachemire: io e un’altra signora in attesa abbiamo alzato lo sguardo verso il televisore abbarbicato in alto,  assumendo lo stesso sguardo sgomento davanti alla violenza e l’aggressività con cui  cachemirino commentava la citata mamma agée.

Ha fatto previsioni catastrofiste sull’educazione, felicità e crescita di quella bambina se fosse rimasta con i suoi genitori. Ha usato aggettivi orrendi verso questa donna e la sua scelta di diventare madre grazie al progresso della scienza, desiderio che aveva fortemente da sempre e realizzato grazie ai progressi medici nel campo.

Insomma, ho ringraziato in cuor mio che tali manifestazioni esaltate di supponenza nello stile di dottor cachemere non accadano davanti a me,  perché pur essendo una pacifista, di fronte all’arroganza di chi ritiene di essere depositario del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e per questa sua natura d’unto dal signore si permetta di non solo di giudicare ma anche di insultare la gente, di solito parto di capoccia.

Bene, ieri leggo questa notizia e il mio pensiero corre ad alcune donne molto ma molto più giovani che ho conosciuto e che per cattiveria della natura non riescono a diventare mamma nemmeno con ripetuti tentativi “artificiali”. Penso che quella donna sia una specie di miracolo della natura, perché ai più ignoranti sfugge che la fecondazione artificiale non funziona PER FORZA, funziona se il corpo PUO’. Ergo evidentemente quella donna è biologicamente stata in grado di portare avanti una gravidanza.

Subito dopo rimango molto ma molto stupita nel leggere un commento in merito su un social network di una persona che pur stimo e ritengo intelligente,  che però usa i toni del dottor cachemire: arrestatela, curatele il cervello.

Da uno scambio di battute mi chiarisce che ritiene che:

C’è un’età giusta per diventare genitori.

Una cosa sono i nonni una cosa i genitori.

La cosa mi ha fatto davvero tristezza.

Mi fa orrore e tristezza che ci sia davvero chi pensi che ci sia:

Un modo giusto d’essere genitori.

Un’età giusta per fare le cose.

Un modo giusto di fare scelte così intime e private.

E guarda caso questo genere di osservazioni riguardano nella quasi maggioranza dei casi ciò che concerne la DONNA e il suo CORPO.

Alla fine degli anni ’70 la mia giovane mamma si è sentita dire, in Sicilia, che una donna di 27 anni con due figlie che si mettesse in jeans era “ridicola” perché si vestiva “come una ragazzina”.

Ci siamo sentite dire, alla prima figlia di mia sorella che lei era “troppo giovane” per essere una buona mamma.

Noi donne siamo sempre o troppo giovani, o troppo vecchie.

Intorno al nostro corpo c’è da sempre, e rimane, e perdura, una retorica stantìa, perlopiù maschile, o comunque maschilista (spesso ci sono donne ben più maschiliste e meno solidali degli uomini)  da cui dobbiamo costantemente difenderci.

Possiamo, non possiamo: fare figli, decidere di interrompere o meno una gravidanza, fare l’amore come ci pare e con chi ci pare, mettere la minigonna, non metterla, essere sexy, non esserlo?

Insomma: ce lo date una volta per tutte questo opuscolo di maschile concezione di cosa possiamo o non possiamo fare con il nostro utero e con il corpo che ci sta intorno? Lo abbiamo in gestione, in affitto, in comodato d’uso?

Ci mettete anche un capitolo su come riteniate che si sia mamme perfette e quando e come si ha diritto di esserlo?

Perché, se ci sono persone cresciute con i nonni e venute su benissimo va bene, perché se gli assistenti sociali decidono di togliere i figli a una donna magari tossica o ritenuta incapace di accudire un figlio, in tal caso una nonna di 58 anni sarebbe considerata una manna perché “giovane”, ma se invece biologicamente e anagraficamente ne è la madre, diventa all’improvviso “vecchia”? quindi incapace di tirare su dei bambini che senza meno diventerebbero degli esseri infelici e devianti? Se si tratta di una donna in salute che non picchia, vende o sevizia suo figlio, dove sta la colpa?

Mia nonna, quasi cinquant’anni fa, è rimasta incinta del suo ultimo figlio a quarantacinque anni. Ergo ho uno zio che non ha moltissimi anni più di me, andava alle elementari quando io sono nata. Quella donna ha tirato su suo figlio, con me e mio cugino per casa, con gli stessi principi, la stessa energia, pur se mio zio la chiamava “mamma” e io “nonna” e di fatto avremmo potuto essere fratelli.  All’epoca, quarantacinque anni significava i sessanta di oggi. C’è stato chi ha detto che si trattava di una cosa pericolosa e folle, ma ormai il bimbo stava arrivando e comunque a quanto pare il suo corpo ce la faceva benissimo a fare un altro bambino dato che è semplicemente successo. Mio zio si è goduto i suoi genitori per trent’anni.

L’aspettativa di vita oggi è di ottanta/novant’anni. Cosa si teme per questa donna? Che non potrà fare la mammona tenendosi i suoi figli in casa a preparar loro polpette fino ai loro quaranta anni? Dove sta il problema? Dov’è il reato per cui dovrebbe essere arrestata, e poi curata di cervello?

Da qui ad asserire che c’è una formula esatta per tirare su bambini felici e quindi a rigor di logica escludere dal vademecum famiglie composte da due donne o due uomini, è un passo. E infatti gli stessi improperi da dottor cachemire diventano quasi maledizioni da Margherita di Riccardo III se due donne o due uomini utilizzino la scienza per mettere su famiglia.

Tutti sembrano conoscere le regole per dare un’esistenza felice ad una vita nuova che arriva, quando siamo costantemente circondati da figliolini di ottima famiglia che diventano serial killer, gente che ha “avuto tutto” e si buca negli angoli della stazione e via così.

Se esistesse un teorema per dare una vita felice a coloro cui si da’ la vita, il nostro sarebbe il mondo ideale. E quindi ho davvero una enorme curiosità umana verso chi si permetta di giudicare moralmente un genitore, ancora più giudicare colei che decide di metterlo al mondo, un bambino.

Non ha diritto a volerlo, o nel caso opposto a non volerlo, non si sa in base a quali regole.

Per me personalmente è la storia della mia vita, quella delle madri a cui un’umanità maschilista rompe le palle dalla gravidanza alla vecchiaia. Ci ho fatto un film, in fondo.

A noi le palle le hanno rotte assai, e senza mai preoccuparsi del semplice assioma per cui senza mia madre eravamo infelici, non potevamo nemmeno immaginare una vita senza di lei, esattamente per come era lei anche se altri ritenevano fosse stramba noi eravamo comunque felici perchè è la propria madre che si vuole accanto,  e se oggi sono quella che sono e sono fierissima di esserlo, è soprattutto grazie a lei, fragilità compresa.

Da sempre e ancor più nel mondo attuale, un uomo può decidere di vivere una vita che segua tempi e decisioni lente e ponderate: costruire una carriera, divertirsi, non volersi legare magari fino a quaranta/cinquanta anni e decidere poi che si sente pronto e abbastanza maturo per costruire una famiglia o semplicemente avere dei figli. Magari non incontri nessuno che ti ci faccia pensare prima, sei più predisposto tu, o quel che è. La donna fino ad oggi non ha potuto farlo semplicemente per questioni biologiche che la scienza ha modificato, esattamente come la scienza ci permette di non intasarci le arterie di colesterolo e spesso guarire di malattie di cui fino a cinquanta, cento anni fa si moriva.

Alla Nannini è successo così, e la scienza le ha consentito di fare quello che gran percentuale degli uomini fanno ogni giorno, e magari dedichiamo alla cosa patinati servizi in cui diciamo quanto è meglio uno che diventa papà oltre i cinquanta, quanto è più consapevole e coscienzioso.

A queste donne di 58 anni è successo qualcosa di ancora più grande. Un desiderio che ritenevano morto per sempre, si è potuto realizzare. Un corpo sa se è in grado o no di fare una certa cosa, e se quindi nel caso di queste donne risponde a degli aiutini dati dalla scienza, vuol dire che era in grado. La storia di ogni corpo è soggettiva, in questo senso e ognuno di noi è proprietario del proprio e sta solo a lui decidere che rischi affrontare.

Ogni giorno nascono centinaia di migliaia di bambini che secondo ogni logica non dovrebbero nascere per il nulla in cui nascono, per la povertà, il degrado del paese in cui si trovano.

Vogliamo sterilizzare tutti quelli che secondo alcuni saggi e arroganti “pensatori” non dovrebbero fare figli? E, che ci si metta l’anima in pace a riguardo, è una scelta che è tutta a carico solo e unicamente del corpo della donna, perché al di là delle paure e del coinvolgimento sacrosanto dell’uomo/padre, la fase in cui si da’ la vita è un problema, un privilegio e un rischio che la donna vive da sola, per quanta gente abbia intorno, e soprattutto è a lei che più cambia la vita.

E’ la nostra più grave e profonda arretratezza, la tendenza del giudizio a tanto al chilo e del pregiudizio qualunquista; purtroppo dobbiamo constatare ogni giorno quanta percentuale di questo sport nazionale abbia al centro tutto ciò che riguarda le scelte che fa una femmina.

Spero solo che non si accaniscano anche su questa nuova mamma. Non conosco la sua storia, come a quanto pare non la conosce nessuno, quindi senza conoscere la sua storia non mi permetto di giudicare né nel bene né nel male.

In generale, per la mia personale idiosincrasia verso il moralista italiota e la sua tendenza a considerarsi l’unto dal signore, spero solo, dato che adesso quei tre bambini sono al mondo e una mamma che li ha tanto voluti CE L’HANNO, che nessuno si permetta di intromettersi nel diritto naturale di questa famiglia sulla base di opinioni da giornaletto di gossip.