aoh, ma un caffettino?(ovvero messaggi dallo spazio infinito)

E’ troppo grande la città ed è difficile incontrarsi, potrebbe essere il ritornello che sottolinea i nostri rapporti interpersonali. Almeno a Roma.

A volte rifletto su quanto poco e quanto raramente si riesca ad incontrare o frequentare come dio comanda le persone che definiamo “amiche”, dopo una certa età.

Almeno per chi non passi la vita bighellonando o mantenuto da mammà. E poi in questa città, in cui vedersi in un altro quartiere rispetto al proprio significa dare le chiavi al portiere per innaffiare le piante e salutare i vicini.

Un mio caro amico, quando ero appena arrivata a Roma, mi disse “Eh questa città! Bisogna stare attenti, ti tritura”. Roma è un po’ la nostra big pumpkin, non è Milano come si potrebbe pensare dai luoghi comuni – dalla Milano da bere a capitale della moda e del design dove tutti non mancano l’ape nel posto giusto – no, lo è Roma.

A Roma l’81% della gente o fa cinema o vorrebbe farlo, la restante percentuale dice di  fare o interessarsi al teatro, invece.

Anche la gente che ha un lavoro fisso ha una sceneggiatura nel cassetto o fa la comparsa con Spoletini o fa parte di una compagnia filodrammatica.

Questo fa sì che qua si tenti sempre una postura scivolata e claudicante artistoide/intellettuale, ma di fatto si corre tutto il giorno.

Perché fare cinema significa farsi un mazzo tanto soprattutto quando in pratica non lavori. Altro che i racconti mitici da “Dolce Vita”. Registi, sceneggiatori, attori, costumisti, scenografi, direttori della fotografia, operatori, montatori si sono ormai trasformati in varie forme di homo-nomadus , homo-bus/metros – homo-computer-per-dodici-horas-die.

Questo discorso è marginale e propedeutico al tema, però.

Il tema è:

AOH, MA QUANDO CI PRENDIAMO UN CAFFE’?

AOH, MA QUANDO CI BEVIAMO UNA COSA?

AOH, MA UN CENETTA?

 Mi domandavo, in questi giorni, perché non facciamo che raccontarci questa cazzata.

Ci sono persone che becchiamo sui social network: un commentino, uno scambio di battute, una mail privata ed ecco che scatta una specie di nostalgia, vorremmo vederci, fare finta che abbiamo i vent’anni del vediamoci al bar, del vediamoci da te per una canna e un filmetto e magari scatta pizza, i vent’anni di aoh che stai a ffa’ ci si vede la’.

Non vogliamo rassegnarci al fatto che diventare adulti, in una città come Roma e facendo un lavoro che ti brucia neuroni, fa fare più valige di una hostess, consuma scarpe, modifica l’umore peggio del progesterone, com’è  questo lavoro qua, significa che tu i tuoi amici li vedrai molto poco.

Significa che quelli un po’ meno amici ma che vedresti volentieri ogni tanto, non li vedrai MAI.

Sì, toh, li vedrai forse una volta l’anno.

E sempre legando il pretesto di vedersi ad una questione alimentare.

Un caffettino?

Pensate se aveste veramente preso tutti i caffettini ripromessi: un isterico con un’intossicazione da caffeina.

Un aperitivino: frequenteresti già gli alcolisti anonimi. “Ciao sono Anne e sono già due settimane che non incontro otto persone al giorno per otto ci beviamo una cosa”.

Una cenetta: mediamente tre cene a sera, fegati esplosi e lasciati alla scienza.

C’è poi la categoria, sempre in questa percentuale del 100% di gente romana di adozione e non che fa qualcosa legata a cinema o teatro, che invece finisce per lasciare il terreno di gioco e si dedica in pianta stabile al

“Vedo gente, faccio cose”.

Quelli sì, riescono a riprodurre la vita del ventenne, canne comprese e li vedi caracollare da un baretto a una casa, da una casa a una festa, da una festa a un localino, pure a cinquant’anni. Quelli sono i ghost del settore. Invece che triturarli, Roma li ha ammaliati nel mood del mettemose a sede e guardiamo le rondini. Se ci parli ti dicono, vaghi “Ho un progetto, sto lavorando a una cosa”, ma sai e sanno che non è che ne abbiano poi tanta voglia. Il mistero secolare, per me, è come campino.

Ma per caso o per fortuna non ho amici dispersi tra i ghosts, e non c’è mai nessuno tra questi che avrei voglia di incontrare o frequentare.

Per il resto spesso mi intristisco pensando appunto a quanto poco riesco a chiacchierare, condividere il tempo, anche fosse il silenzio seduti tranquilli da una parte, con i miei amici. Quelli che alla fine definiamo tali perché contiamo sui sentimenti reciproci ma che appunto stiamo sparsi nei vari quartieri, inseguendo cose, correndo a destra e sinistra, lavorando chissà dove, set sparsi nel mondo da cui riportare racconti sempre più allucinanti, perché sempre più allucinanti sono le condizioni in cui lavori quando lavori e sempre più lontane da quel che abbiamo fantasticato quando abbiamo iniziato. Ogni tanto un messaggino, la telefonata di compleanno:

“Quando torno ci prendiamo un caffettino e ti racconto”.

Non ci restano che quegli ottimistici “Ma un caffettino? Ma quando ci beviamo una cosa? Ma una cenetta?”  a tenerci uniti, lontani lontani nello spazio.

aoh, ma un caffettino?

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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