favola realistica 2: CAPPUCCETTO ROSSO

Il problema della vita di ogni adulto occidentale sta nel fatto che da piccoli ci prendono per il culo, dalle favole a Babbo Natale il nostro imprinting si basa su un inganno costante. Ho deciso che per le nuove generazioni bisogna prendere provvedimenti, quindi io Anne-Riitta Ciccone, ho iniziato un certosino lavoro di revisione delle favole classiche e dei miti dell’infanzia, riportandoli alla realtà. Perché se le favole devono insegnare ai bambini cos’è la vita, che sappiano subito cosa li aspetta e come districarsi nel faticoso mondo della vita umana. Codesta raccolta di Favole si chiamerà FAVOLE REALISTICHE. Ecco a voi come è andata veramente la storia di CAPPUCCETTO ROSSO: 

C’era una volta una madre sola con una figlia di circa dieci anni, che tutti chiamavano “Cappuccetto Rosso” perché portava sempre un cappottino rosso con  – per l’appunto – un cappuccio. Lì dove vivevano la gente era abbastanza pigra nella ricerca dei soprannomi. Mamma e figlia abitavano in un modesto appartamento nella periferia di Roma. La donna aveva un lavoro precario, l’affitto era alto e quindi ogni tanto doveva arrotondare il suo misero stipendio incontrando alcuni gentili signori che per stare un po’ in sua compagnia le davano qualche soldino in più.

In queste occasioni Cappuccetto Rosso si faceva un giro.

La mamma un giorno le disse:

“Senti, ma perché non vai a trovare la nonna?”. Parliamo della madre della nostra mamma single, una donna avida ed egoista che viveva in una bellissima villetta fuori Roma ma non aveva mai aiutato più di tanto né la figlia né la nipote. Diceva sempre alla figlia:

“Se vuoi la ragazzina me la prendo io, ma tu sei una scapestrata degenere e con te non voglio averci a che fare”.  Ma la mamma non voleva perdere la sua amata bambina e quindi stavano così, ognuna ferma sulle sue posizioni.

Nonostante questo  dissapore familiare,  Cappuccetto Rosso andava volentieri dalla  nonna, perché c’era la tv al plasma e un cesso  in cui funzionava persino lo sciacquone.

Dunque, un giorno la mamma le fa: “Dai, vai a trovare la nonna, mi serve il pomeriggio libero e se stai sempre qua sotto la gente si insospettisce”.

Cappuccetto Rosso, contenta, disse: “Allora le faccio una bella torta, che dici?”.

La mamma disse “Fa’ un po’ come ti pare”, così la bambina prese una busta di Torta Margherita Cameo, la preparò, la avvolse in un panno e partì.

Era un lungo viaggio, doveva prendere un bus, poi la Metro, poi un trenino detto FR3, poi il 201 e poi fare un grande pezzo a piedi.

Roma è tanto grande per Cappuccetto Rosso

Quella passeggiata le piaceva, però, perché c’era tanto verde (alberi, cespugli, prati) e lei verde ne vedeva proprio pochino.

Dopo il suo lungo viaggio tra metropolitane, trenini e bus arrivò dunque alla sua fermata e da lì iniziò il cammino.

Ad un certo punto da dietro un albero spuntò un lupo. A Cappuccetto Rosso piacevano molto gli animali, infatti a casa aveva un criceto stronzo e puzzolente che la mordeva sempre, ma che lei adorava. Non si era mai accorta che quello che le avevano regalato e che aveva chiamato Batuffolo, era in realtà morto dopo una settimana e sua madre glielo aveva sostituito già tre volte, quindi per lei continuava a essere lo stesso Batuffolo da cinque anni. Anche perché di Batuffolo in Batuffolo, il filo rosso che li legava era l’essere sempre stronzi e morsicatori.

Tornando a noi, nel vedere il lupo Cappuccetto Rosso disse: “Ciao bel lupacchiotto, come ti chiami?”

Lui, sorprendentemente parlò, e le rispose: “Ciao bella bambina, io mi chiamo Lupo, tu?”

“Anche nel quartiere del Lupo sono molto pigri in merito ai soprannomi”, pensò Cappuccetto Rosso prima di comunicargli il proprio.

“E dove stai andando Capuccetto Rosso?” disse Lupo.

“Da mia nonna, abita da sola, nella villetta in fondo alla terza strada a sinistra. E mi aspetta perché non si sente bene. C’ha la sciatica” rispose la bambina.

Lupo, appresa l’informazione, mise giù una scusa e si congedò da Cappuccetto Rosso.

In realtà lesta lesta andò dalla nonna attraverso una scorciatoia che conosceva solo lui. Arrivò dalla nonna e citofonò.

“Chi è?” tuonò la voce della nonna da dentro.

“Sono Cappuccetto Rosso”, rispose Lupo facendo la vocina in falsetto tipo Bee Gees.

La nonna grugnì, borbottò qualcosa a proposito della voce da uomo che stava venendo anche a sua nipote. “Diventerai precisa a tua madre” commentò, ma aprì.

E Lupo gnam!! Se la pappò.

Cappuccetto Rosso arrivò a casa della nonna, un po’ in ritardo dato che si era persa due volte perché non aveva senso dell’orientamento. Finalmente davanti alla porta, la trovò aperta.

Spinse la porta con timore. Pensò che forse erano entrati di nuovo gli zingari e di certo la nonna sarebbe stata di pessimo umore.

“Nonna?” chiamò.

“Amore? Sei tu?” disse una vocetta soave proveniente dalla camera da letto.

“Ammazza, deve essersi proprio rincoglionita, povera nonna, per chiamarmi amore”. Pensò Cappuccetto Rosso prima di avviarsi verso la camera da letto.

“Nonna, avevi lasciato aperto!” disse Cappuccetto Rosso.

“Oh, mannaggia” commentò Lupo facendo la voce della nonna “Sai com’è, sono un po’ rincoglionita”.

Cappuccetto Rosso, intenerita, entrò in camera da letto e vide un pezzetto di faccia di quella che per lei era la nonna, spuntare dal piumone danese.

“Nonna!” disse Cappuccetto Rosso “Ma che baffi! Ma la ceretta no?”

“Figurati, all’età mia, chi mi si piglia?”

Cappuccetto Rosso era perplessa, qualcosa non le tornava.

“Nonna, ma che occhi grandi che hai…” disse.

“E’ per guardarti meglio,bambina mia” rispose la presunta nonna.

“E che mani grandi che hai..” insistette Cappuccetto Rosso.

“E’ per abbracciarti meglio, bambina mia”

“E che piedi grandi che hai…” disse ancora la piccola.

“E’ per prenderti meglio a calci nel culo se non la pianti di angosciarmi!” tuonò la nonna.

“Finalmente ti riconosco nonnina!” disse Cappuccetto Rosso ma, povera bimba, fu l’ultima cosa che disse perché Lupo venne fuori dal piumone e se la pappò.

Poco dopo lì vicino passò un cacciatore, vide la porta aperta e per curiosità guardò all’interno.

Vide tutto sangue, pezzi di cadavere, una mano, pezzi di cervello.

Entrò di corsa in casa pensando “Deve esserci quel lupo maledetto che inseguo da anni! Stavolta lo accoppo e sai che pelliccia mi ci faccio!”.

Ma proprio mentre era in casa arrivarono tre volanti della polizia, circondarono la casa.

“Vieni fuori a mani alzate, assassino!” gridavano.

“Ma io non c’entro niente! È stato un lupo!” si difendeva il cacciatore.

“Sì raccontalo a tua nonna, e i tre porcellini non ci stavano?” gli urlò contro un giovane poliziotto.

Così il cacciatore fu accusato di aver ucciso una bambina e un’anziana e ne parlarono tutte le televisioni e i giornali, al programma “Porta a Porta” fecero anche un plastico della bella villetta della nonna.

Villetta che restò in eredità alla mamma di Cappuccetto Rosso che pote’ finalmente smettere di incontrare i signori gentili.

La morale della favola è, che se incontri un lupo che parla non è mai un buon segno.

 

L'immagine diffusa dalla polizia per intenerire l'opinione pubblica

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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