il mondo dalla mia stanza

perduto amor (ovvero se sono un intellettuale non uso l’I-pad)

Dovresti impegnarti a conservare e tramandare il passato, non viverci dentro, sennò sei un fantasma, un parassita inutile al presente e non servi a niente per quelli del futuro. Sei un parassita egoista che invece di usare la tua vita per farne un esempio per il futuro e piantare semi che siano staffetta per quelli che verranno, sprechi la vita nel non più invece che avere la generosità umana pensando a  tutto ciò che non è ancora.

Questa frase l’ho scritta a 22 anni, durante l’Università, e me la sono ritrovata nella memoria e poi andata a cercare su un diario, qualche giorno fa, dopo aver scritto il mio post sul 3D, in seguito all’irritazione dopo una chiacchierata casuale aspettando che iniziasse una riunione, con uno che in dieci minuti ci ha infilato :

non ho il cellulare lo odio

non ho la tv

non mando mail, le odio

non vado più al cinema odio il 3D ma anche il montaggio serrato e la macchina a mano

non mi serve internet io leggo i giornali.

Giuro. Tutto questo con la chiosa: sono un intellettuale.

Ero qualcuno, a 22 anni.

Più che altro mi sono resa conto che, in modo innato, sono sempre stata orientata verso il futuro, con la distinzione tra sviluppo e progresso di cui parlava il citatissimo PPP, ma sicuramente sarà stato per formazione genitoriale anni ’70 o gli Urania con cui mi ha cresciuto papà, ho sempre avuto la netta sensazione di essere una creatura di passaggio in questa storia incredibile che è la storia dell’Umanità. Amare lo spazio infinito e guardare le stelle, come fa il mio amico musicista Giovanni Renzo (che ci ha fatto anche un bellissimo spettacolo che ho visto quest’anno al Planetario di Roma e che se dovesse rifare, vi consiglio vivamente), significa capire anche quanto miracolosi siamo come creature, quanto piccini come singoli, e quindi quanto utili possiamo essere in un cammino che dalle caverne ci ha portato non tanto sulla Luna quanto a poterci vedere e parlare su un coso di metallo sottile mentre io sto qua e l’amica mia in Australia.

L’altra sera ho ripensato dunque a questo fattore (il fattore “odio tutto ciò che non risalga se non tra il V secolo ac e l’invenzione della luce elettrica”) che mi ha sempre irritato e su cui devo quindi approfondire rispetto al mio procedente post, che è la postura dello pseudo intellettuale che ritiene che “bellezza” o “arte” o umanesimo significhino vivere nel passato.

Quella mia frase da 22enne era piena di saggezza, se la ripenso oggi.

Riflettete, dal punto di vista della Storia, che suono hanno queste frasi:

-Ah. Che bei tempi, quando non c’era il telefonino. Ma ti ricordi le cabine telefoniche? Che fascino!

-Ah. Che orrore la medicina, un tempo, coi decotti di foglia di pioppo sì. Altro che penicillina. L’aloe!

-Ah. Che bello quando non c’era la televisione, quando ero piccolo io si stava  tutti intorno al fuoco a parlare.

-Ah, quando ero piccolo io, si giocava con la trottola, altro che questi giochi dei bambini qua.

-Ah, che bello quando facevano il bucato a mano con la cenere. Altro che le lavatrici, le lavastoviglie.

-Ah, i libri. Che orrore l’e-book.

-La televisione al plasma? Ma quei bei vecchi televisori con i tastoni, ti ricordi? Che bello, mi alzavo e cambiavo canale e nonno che mi guardava con l’occhio vitreo dalla sua poltrona con il centrino.

Queste frasi riguardano la nostra singola vita. La nostalgia non di un tempo precedente in cui era bello che non ci fosse l’evoluzione di quell’oggetto ma la singola, piccola nostalgia di anni in meno che avevamo personalmente e quindi di quanti anni in più avevamo davanti. Alla fine quello che secondo me irretisce tanto e fa fuggire nel passato pur se con pretesti culturali, intellettuali, morali, è  che eravamo piccoli noi, eravamo giovani noi, in quel momento. Il mondo era tutto tuo, il futuro, tuo appannaggio. “E mo’ arrivano questi altri? Che usano linguaggi diversi, ancora in pannolino e capiscono uno schermo touch? Cosa vedrà mai quel pupetto in pannolino, che io non vedrò, e a lui magari farà madeleine un I-phone 4?

Cazzo.”

Questo è il retropensiero inconscio del sessantenne un po’ acido dell’ odio le mail, odio il cellulare perché sai, io sono per la bellezza? Che c’entra “la bellezza”?

Diventi vecchio, in effetti, quando diventi acido con le generazioni future. Perché dentro di te odi ferocemente quei bastardi che vedranno cose che tu non vedrai.

Ma io di persone vittime di questo meccanismo ne vedo di ben più giovani. A volte non arrivano ai quarant’anni, quindi non è una questione d’età, quanto appunto dell’egoismo per cui preferisci dire di appartenere tu stesso a un’epoca migliore, o appunto ci scappi e vivi laggiù inutile a tutti, strano limbo virtuale dal quale snobbi con disprezzo non tanto un presente di cui hai paura, quanto quei bastardi che ci saranno quando tu non ci sarai più, invece di capire che in qualche modo sei sempre tu.

Dunque il non più diventa il pretesto per dire che tutto ciò che c’è oggi fa cagare perché è l’opposto di una non meglio identificata “bellezza” o ancora più surrealmente, opposto di una perduta “morale”e dunque tutto cio’ che verrà, non può che essere peggio.

“Prima” era sempre meglio, vivere nel passato ritenuto il rifugio ad una vita moderna orrenda tout court, di cui odiare ogni progresso tecnologico e scientifico perché ritenuto non frutto del pensiero. (Come se il pensiero cognitivo non facesse parte del genio umano).

In realtà, come dicevo nel mio precedente post, ho sospetto che chi snobba l’I-pad è perché a una prima occhiata ha paura di non capirci un cazzo e lo impigrisca l’idea di mettersi a capire qualcosa di nuovo.

E d’altra parte, che le cose cambino, che i panorami davanti alla finestra si trasformino, non ti fa piacere, non perché pensi veramente al destino dell’umanità, eccitandoti davanti all’idea di tutto quello che non è ancora in questa nostra avventura, ma perché ti chiudi nell’angusto spazio del tuo privato non più.

Sono millenni che conserviamo e tramandiamo per progredire e conoscere la Storia,che è fondamentale per la nostra storia morale, per non ripetere errori ed orrori, per stratificare la storia del nostro genio e del nostro progresso; quello che è vero che dovremmo sforzarci di essere utili, come singoli, perché una società scientifica e tecnologica sappia esaltare bellezza e moralità, farla arrivare a tutti, a più persone possibili, perché di sicuro il passato non era quel luogo zen che si ostinano a immaginare quelli che dicono di viverci. Erano epoche anche più violente e ingiuste socialmente e da un punto di vista civile, quindi dovremmo noi essere quelle generazioni umane capaci di usare tutto il nostro progresso per sintetizzare e mettere insieme tutto quello che abbiamo imparato finora.

Utili per il presente e soprattutto generosi verso quelli che verranno, magari non solo a parole e con posture new age in cui si pensa che basti non usare la lacca e comprare borsette equosolidali per dire che si ama il mondo. Ho grande gratitudine per Alexander Fleming (pur essendo allergica, alla sua penicillina…) , per Robert H. Goddard, Herman Oberth, Konstantin Tsiolkovsky e Wernher von Braun, Galileo Galilei, Newton. Anche per Albert Einstein, ma anche per Philo Farnsworth – pur con l’uso sconsiderato che è stato fatto di loro scoperte o invenzioni – per Steve Jobs,  che per me sono stati i compagni di cordata di Socrate, Seneca, Kant, Rilke, Dante, gli scultori greci, Michelangelo, Leonardo, Shakespeare, Mozart, De Chirico, Frida Khalo, Susan Sontag, Pina Bausch, Fellini o i Beatles.

Perché pensare che le Lettere a Lucilio abbiano un valore più elevato e degno della nostra gratitudine del lavoro di Galileo Galilei o Guglielmo Marconi? Perché non aver rispetto ed essere lieti che si tramandi e si evolva l’opera oltre che di chi ci ha fatto delle bellissime poesie, anche di chi ci ha consentito di vederle davvero, le stelle?

di cinema · il mondo dalla mia stanza · whatever

aoh, ma un caffettino?(ovvero messaggi dallo spazio infinito)

E’ troppo grande la città ed è difficile incontrarsi, potrebbe essere il ritornello che sottolinea i nostri rapporti interpersonali. Almeno a Roma.

A volte rifletto su quanto poco e quanto raramente si riesca ad incontrare o frequentare come dio comanda le persone che definiamo “amiche”, dopo una certa età.

Almeno per chi non passi la vita bighellonando o mantenuto da mammà. E poi in questa città, in cui vedersi in un altro quartiere rispetto al proprio significa dare le chiavi al portiere per innaffiare le piante e salutare i vicini.

Un mio caro amico, quando ero appena arrivata a Roma, mi disse “Eh questa città! Bisogna stare attenti, ti tritura”. Roma è un po’ la nostra big pumpkin, non è Milano come si potrebbe pensare dai luoghi comuni – dalla Milano da bere a capitale della moda e del design dove tutti non mancano l’ape nel posto giusto – no, lo è Roma.

A Roma l’81% della gente o fa cinema o vorrebbe farlo, la restante percentuale dice di  fare o interessarsi al teatro, invece.

Anche la gente che ha un lavoro fisso ha una sceneggiatura nel cassetto o fa la comparsa con Spoletini o fa parte di una compagnia filodrammatica.

Questo fa sì che qua si tenti sempre una postura scivolata e claudicante artistoide/intellettuale, ma di fatto si corre tutto il giorno.

Perché fare cinema significa farsi un mazzo tanto soprattutto quando in pratica non lavori. Altro che i racconti mitici da “Dolce Vita”. Registi, sceneggiatori, attori, costumisti, scenografi, direttori della fotografia, operatori, montatori si sono ormai trasformati in varie forme di homo-nomadus , homo-bus/metros – homo-computer-per-dodici-horas-die.

Questo discorso è marginale e propedeutico al tema, però.

Il tema è:

AOH, MA QUANDO CI PRENDIAMO UN CAFFE’?

AOH, MA QUANDO CI BEVIAMO UNA COSA?

AOH, MA UN CENETTA?

 Mi domandavo, in questi giorni, perché non facciamo che raccontarci questa cazzata.

Ci sono persone che becchiamo sui social network: un commentino, uno scambio di battute, una mail privata ed ecco che scatta una specie di nostalgia, vorremmo vederci, fare finta che abbiamo i vent’anni del vediamoci al bar, del vediamoci da te per una canna e un filmetto e magari scatta pizza, i vent’anni di aoh che stai a ffa’ ci si vede la’.

Non vogliamo rassegnarci al fatto che diventare adulti, in una città come Roma e facendo un lavoro che ti brucia neuroni, fa fare più valige di una hostess, consuma scarpe, modifica l’umore peggio del progesterone, com’è  questo lavoro qua, significa che tu i tuoi amici li vedrai molto poco.

Significa che quelli un po’ meno amici ma che vedresti volentieri ogni tanto, non li vedrai MAI.

Sì, toh, li vedrai forse una volta l’anno.

E sempre legando il pretesto di vedersi ad una questione alimentare.

Un caffettino?

Pensate se aveste veramente preso tutti i caffettini ripromessi: un isterico con un’intossicazione da caffeina.

Un aperitivino: frequenteresti già gli alcolisti anonimi. “Ciao sono Anne e sono già due settimane che non incontro otto persone al giorno per otto ci beviamo una cosa”.

Una cenetta: mediamente tre cene a sera, fegati esplosi e lasciati alla scienza.

C’è poi la categoria, sempre in questa percentuale del 100% di gente romana di adozione e non che fa qualcosa legata a cinema o teatro, che invece finisce per lasciare il terreno di gioco e si dedica in pianta stabile al

“Vedo gente, faccio cose”.

Quelli sì, riescono a riprodurre la vita del ventenne, canne comprese e li vedi caracollare da un baretto a una casa, da una casa a una festa, da una festa a un localino, pure a cinquant’anni. Quelli sono i ghost del settore. Invece che triturarli, Roma li ha ammaliati nel mood del mettemose a sede e guardiamo le rondini. Se ci parli ti dicono, vaghi “Ho un progetto, sto lavorando a una cosa”, ma sai e sanno che non è che ne abbiano poi tanta voglia. Il mistero secolare, per me, è come campino.

Ma per caso o per fortuna non ho amici dispersi tra i ghosts, e non c’è mai nessuno tra questi che avrei voglia di incontrare o frequentare.

Per il resto spesso mi intristisco pensando appunto a quanto poco riesco a chiacchierare, condividere il tempo, anche fosse il silenzio seduti tranquilli da una parte, con i miei amici. Quelli che alla fine definiamo tali perché contiamo sui sentimenti reciproci ma che appunto stiamo sparsi nei vari quartieri, inseguendo cose, correndo a destra e sinistra, lavorando chissà dove, set sparsi nel mondo da cui riportare racconti sempre più allucinanti, perché sempre più allucinanti sono le condizioni in cui lavori quando lavori e sempre più lontane da quel che abbiamo fantasticato quando abbiamo iniziato. Ogni tanto un messaggino, la telefonata di compleanno:

“Quando torno ci prendiamo un caffettino e ti racconto”.

Non ci restano che quegli ottimistici “Ma un caffettino? Ma quando ci beviamo una cosa? Ma una cenetta?”  a tenerci uniti, lontani lontani nello spazio.

aoh, ma un caffettino?

di cinema

IN 3D? SEI PAZZO?(ovvero rassicurazione per seguaci del vademecum radical chic)

Una volta, un bel po’ di anni fa, ho assistito a un dibattito al Sacher, la sala cinematografica romana di proprietà di Nanni Moretti, condotto proprio da lui.

Era il periodo in cui al cinema furoreggiava “Matrix” e una ragazza, chiedendo la parola per intervenire disse: “Premettendo che non sono una che al cinema guarderebbe mai Matrix”…” in evidente furore di piaggeria per fare colpo su Moretti, il quale la interruppe dicendo “E perché mai, che tristezza!” mentre lei proseguiva dicendo che per lei cinema erano solo film uzbeki, armeni al massimo iraniani.

Succede questo fatto strano nel nostro Paese: per distinguersi e pensarsi outsider, più colti più intelligenti, più intellettuali, si fa moltissima confusione su quel che “si” deve dire per apparire appartenenti a quel branco lì. Non c’è niente di più sorprendente della fatica che costoro fanno per apparire il correttivo di un sistema che si ritiene ignorante, nazionalpopolare, trash, pecorone e vuoto. Il correttivo o l’alternativa, diventando quindi parte di un altro branco (o gregge) a cui un anno fa ho dedicato un esaustivo post.

Però certo è complicato quando cerchi di capire cosa devi fare per essere il perfetto fighetto di sinistra, intellettuale ma anche tollerante e aperto al mondo, colto, ma anche amante delle tradizioni popolari, quali i libri che si possono leggere, i film che si possono vedere, le attività che si può ammettere di apprezzare per non parlare di quelle che si può ammettere che ci divertano (il prossimo che giustifica il proprio amore per il calcio dicendo che lo amava anche Pasolini lo prendo a randellate).

Quindi si finisce per dire delle colossali assurdità.

Da qualche anno assisto ad un nuovo capitolo di questa confusione mentale dei filistei colti e riguarda il mio lavoro.

IL CIMENA

(come lo chiamava mia nipote da piccola)

Ho iniziato a fare cinema ormai chi mi segue sa perché, in sintesi sono rimasta folgorata e continuo ad amare del cinema la prepotenza dell’immagine. Del cinema a me interessa propriamente quel che vedo, riuscire a rimettere in scena uno sguardo. D’altronde, è la meno oggettiva delle arti (o degli intrattenimenti) dato che per forza di cosa propone una visione del mondo, una via d’entrata. Poi chi guarda trova la propria via d’uscita in base alla propria esperienza e quel che il suo inconscio coglie in quel vede, foss’anche la ragione per cui ride.

A me interessa l’immagine, e uso un mezzo che è totalmente tecnologico. Spesso dimentichiamo che il cinema è scienza regalata all’arte. Quando nacque, nel 1895, nacque in seguito ad esperimenti scientifici, ma la scienza non sapeva bene che farsene, e finì per essere rubato da occhi attenti e narratori alla ricerca di mezzi sempre più verosimili con cui ri-presentare la realtà. Un po’ come i post-it che sono nati grazie alla formula di una colla venuta male, non appiccicava “abbastanza”. Poi un tizio si è accorto che appiccicava proprio quel tanto che basta per appunti fugaci e impermanenti che a noi smemorati hanno risolto la vita per anni.

Ora, in questo mio inseguimento dello stupore e della paura che provarono i primi ignari spettatori del treno ripreso dai fratelli Lumière, quella prepotenza per cui tu qualunque storia stia seguendo devi rimanere inchiodato allo schermo soprattutto per quanto sia magica e bella e verosimile la finestra sul mondo che è lo schermo, ho studiato il 3D.

Ne ho già parlato, ma quel che mi ha più lasciato a bocca aperta fin da principio è stata una specie di malessere diffuso tra i filistei colti di cui sopra. Prima mi ritrovo ad una conferenza stampa in cui una giornalista fa una domanda a un mio “collega”, dopo aver chiesto a me lumi dei miei primi esperimenti in 3D, insomma chiede a lui che ne pensi. E lui dice “per-carità-è-la-cosa-più-lontana-dal-cinema-d’arte-che-ci-sia” e aggiunge che mai e poi mai lui cederà alla tecnologia, e fa qualche sospirone pensando alla pellicola, ai suoi affascinanti forellini.

Io sono stata molto ben educata per cui mi limito a chiedergli, ma dopo, in privato, se per caso lui non racconti i suoi film  scolpendoli nella roccia, dato che la macchina da presa è tecnologia, tecnologia che evolve da più di cent’anni.

Un po’ come certi montatori che alla nascita del sistema Avid si rotolavano inorriditi come se avessero coperto il Colosseo di plexiglass. Poi mi sono resa conto che per la maggior parte di loro era pigrizia e paura di restare indietro: non sapevano usarlo. O meglio avevano paura di qualcosa che temevano di non saper usare.

Quando quel famoso treno sbuffante (ah! Il fascino del treno a vapore!..no?) correva verso la platea più di cent’anni fa alla gente sembrò talmente realistico che scapparono fuori dalla sala.

Quando ci fu l’avvento del sonoro c’è chi urlò alla morte del cinema (artistico) , e più o meno simili scene di panico per strada si sono avute all’avvento del colore.

“E’ finita! E’ tutto finito, siamo morti! Morti!!”

Chi diceva che il sonoro gli metteva ansia, chi che il colore “gli faceva male agli occhi”. Questo perché ovviamente il cinema e una forma d’arte che si esprime con mezzi tecnologici – non è normale che delle immagini si muovano davanti a noi, seduti fermi in una stanza ferma – e quindi ci si deve abituare.

Milioni di persone si sono abituate al punto oggi da perdere lo stupore; di generazione in generazione ti abitui a quelle immagini fin da poppante. Sennò nessuno potrebbe dire che vedere un film in sala è lo stesso che vederlo a casa propria sullo schermo di un computer.

Così come sono continuati ad esistere film realizzati in formati diversi – colore, in bianco e nero, persino muti – fino ad oggi, la tecnologia dei cacciatori di sogni ha perfezionato un 3D più facile da realizzare e più verosimile ed emozionante di quello degli anni ’50.

E’ un formato con cui raccontare storie, messo a disposizione dei registi che lo ritengano più adatto per raccontare un certa storia.

Davvero, come Moretti, da una parte comunque non capirò mai perché il gregge dei filistei colti in merito al cinema pensa che arte significhi solo du’ camere e cucina o grandi panorami e scene spettacolari a patto che ogni panoramica duri sei ore e si parli poco- pochissimo. Che non contino che esiste il cinema come intrattenimento, quello che fa sognare e muovere i piedi per la voglia di ballare – costoro al più accettano un film di intrattenimento a patto che abbia almeno cinquant’anni: col cavolo che avrebbero ammesso di ballicciare un po’ vedendo Fred Astaire, se fosse contemporaneo – e poi vanno in crash mentale se qualcuno che stimano e sanno essere un guru del settore (accaduto due settimane fa con una persona che se non ne sa di cinema lei, che ne mangia da quando era un ovulo…) dice “Certo, Trappola di cristallo, che filmone”: li vedi, a costoro si spegne il sorriso, cercano di capire con lo sguardo se quella stia scherzando, poi vedono che no, non sta scherzando, e allora con le labbra asciutte, l’occhio pallato farfugliano cose insensate per poi allontanarsi confusi. Parlano da soli segnando sulla moleskine: Bruce Willis. Sotto la W. Prima di Wittgenstein. Un po’ come lo studente de La nausea (ho citato Sarte: fanno 1.280 punti).

Ora in questi giorni è uscito un film che è davvero un capolavoro. Almeno per me è la perfezione assoluta: c’è Pina Bausch, c’è il cinema visionario e la regia di Wim Wenders, e c’è il formato che unico e solo puo’ ridarci lo stupore e la verità del teatro: il 3D.

La mia passione per la danza contemporanea e amore per la Bausch, uno dei miei composti miti, ovviamente mi hanno messo nella condizione della spettatrice ideale. E poi l’uso del formato perfetto, immagini bellissime, la sensazione di essere sul palcoscenico. Sono rimasta immobile per 100minuti inchiodata alla sedia e ammetto di aver versato qualche lacrimuccia.

Poi  recepisco confuse e blateranti reazioni del fatto – Oh mio dio, davvero imbarazzante – che Wenders abbia usato quel 3D, quella cosa un po’ maravenier-il posto al sole-karaoke-billionarie.

Volgaaare!

La morte del cinema, l’orrido spauracchio per cui: niente, è finita, ormai solo il cinemaccio commerciale, spettacolare, americano, senza storia e senza senso, dominerà sulla terra e sui popoli. Tutti in catene, vestiti con giacche di paillettes e costretti ad ascoltare musica per popolino, roghi di libri – tranne quelli di chi parla con gli angeli – e solo film in 3D ovunque, unica alternativa ad un tv che trasmette solo soap opera, La Vita in Diretta e Verissimo. L’Apocalisse.

Leggo di quella che, pubblicando su facebook un articolo su Bertolucci che dice “Non potrò più fare il mio film in 3D”  commenta “E meno male!”

Come dire, meno male non farà “Pierino sculaccia la maestra remake 2011”.

Il tizio che lavora in un cinema che dice “Siamo finalmente riusciti a montare il proiettore 3D” e una – forse la tipa del Sacher – che dice: “Ma siete matti? ! Almeno spero bene sia per Pina” (i rassegnati allo strappo alla regola: “Quel ragazzaccio di Wenders! Ma che sia l’ultima volta, eh?”)

Quelli che “Il 3D? blahhhhh!! Spero che Pina lo facciano anche in 2D, che  a me il 3D fa venire la nausea!!!” (i rimasti al treno dei fratelli Lumière in termini di voglia di vedere cose nuove).

Quelli che, confusi, dicono cose tipo “Ah, vedi, ha usato il 3D…E vabbè, senti… certo una cosa è Wenders, certo…non è Avatar..”

E qui metto un punto.

MA CHE CAZZO VI HA FATTO AVATAR?

Correte in massa a vedere delle commedie italiane di quelle con la benedizione di un qualche guru radical chic, su cui francamente si potrebbe sparare come sulla Croce Rossa, leggete romanzi da passaggio a programma fichetto Rai 3, che a leggerlo una prima volta ti chiedi se quel capolavoro annunciato non fosse nascosto da un codice: leggendolo al contrario, trovi il capolavoro … e poi ve ne uscite come quella tipa: “Io non vedrei mai un film come Avatar”?

Perché? Puo’ piacere, non piacere, è solo un altro film di intrattenimento.

A vedere Pochaontas con i bambini ci andate e poi gli attaccate la pippa dei nativi americani mentre comprate loro il gelato alla soia, ma perché, aver voglia di rilassarsi e vedere un cazzatone, ma almeno messo in scena bene,  no. Prima devo pormi il problema politico (“Minchia, mi sa che è un po’ di destra, Avatar…forse è trash…E’ trash? penso di sì, sta a ffa i soldi… deve essere trash per forza..”)

C’è gente che mi ha parlato di Avatar come fosse il bunga bunga di Berlusconi, la corruzione dei politici, i reality con quelli che mangiano interiora crude per vincere cinquantamila dollari…

La notizia sconvolgente è che Avatar è un film. Già è solo un film. Sì, lo so, potrebbe fare pensare che dietro c’è un lavoro degli alieni che hanno messo dentro dei messaggi subliminali che ci portino a uccidere il vicino di casa o che ci facciano piacere all’improvviso il fucsia. Ma no. E’ solo un film di intrattenimento, in cui quel regista – quello di Titanic, ergo uno che non ha mai nascosto di voler fare polpettoni un po’ melò per le masse mondiali –  ha applicato

UN FORMATO.

Vorrei rassicurare i confusi da questo nuovo fenomeno indecifrabile che è il 3D nella società moderna, che appunto si fanno domande tipo se il 3D è di destra o di sinistra, che si tratta solo di

UN FORMATO.

Una volta un regista mediorientale incontrato a un festival, uno che gira con mezzi poveri e macchine da presa obsolete – su cui ho letto recensioni da nove stelle per “la povertà essenziale e scarna” del suo cinema –  mi ha raccontato che sono costretti a farlo così per le loro condizioni economiche, e che non vedeva l’ora di fare i soldi per poter girare con macchine più evolute, si diceva appassionato di digitale, di RED CAM, (niente pellicola, niente forellini né Alfredo che fa girare le bobine)  e diceva di non vedere l’ora di poter essere in condizione di offrire immagini più belle. Cioè, quel che non si tiene da conto, come una tizia snob che girando per le stradine di Napoli esclamò “Che fascino, i bassi napoletani!” rischiando una padellata in faccia, è che certa povertà di essere o povertà di  mezzi o di immagine, in quei posti lontani e pittoreschi quasi sempre è una necessità, non una scelta registica, uno stile voluto o un souvenir per turisti.

Qualunque regista di talento sogna di offrire belle immagini agli spettatori, cerca di capire come rendere “bello” cio’ che racconta.

Dunque con questo post vorrei tranquillizzare chi ha impiegato tutta la vita ad allinearsi al vademecum del perfetto radical-chic intellettuale, che il 3D non vi morderà e potete serenamente dire che avete visto un film in questo formato,quando vi ritroverete a chicchierare alla prossima presentazione di libro in una chiesa sconsacrata, durante il cocktail con fave, pecorino e salame di montagna. Insomma: un invito a darsi una calmata, tenendo da conto il senso più importante che abbiamo: il senso del ridicolo.

AH! il caro vecchio 3D di un tempo...(se hai occhialetti 3D, guardaci questa foto)