la cura (ovvero c’è chi lo ha fatto davvero)

Di solito preferisco definirmi “apolide” o “sradicata”, rincarando la dose con l’espressione con meraviglioso sradicamento, che ha messo pace nei possibili sensi di colpa divisa tra mamma e papà – o nonni corrispondenti – davanti a domande tipo “ti piace più Italia o Finlandia?”. Poi, nei fatti, ho un amor folle per entrambi questi paesi, forse perché appunto corrispondono al materno e al paterno della mia personale storia soggettiva.

Devo però dire che negli anni le ragioni per provare orgoglio o una certa dose di vergogna in merito alla mia semi-appartenenza a questi due paesi si sbilancia sempre più, per ragione dei fatti, non delle mie opinioni.

Il mio guilty pleasure – parafrasando un’iniziativa geniale del Kino – è la lettura dei supplementi settimanali. Soprattutto il sabato, passare la mattinata in pigiama, fare una lunga colazione e sfogliare D-Donna e Io-donna, mi da’ l’illusione dell’ordine delle cose per cui anche per chi faccia cinema e sia in quella fase di latenza/ibernazione che corre tra un lavoro e l’altro, “sabato” e “domenica” abbiano davvero un senso.

Oggi su D-donna trovo il seguente articolo, che vi prego calorosamente di leggere:

http://periodici.repubblica.it/d/dettaglio.jsp?code=fin764128

 In buona sostanza (voglio uno share per l’espressione “in buona sostanza”) dice che a Turku, in Finlandia, hanno inventato un sistema di cura, non new age attenzione, fondato sulla

somministrazione di cultura.

Sessanta medici generici hanno a disposizione 5.500 biglietti per mostre, cinema, teatro, circo, che alcuni pazienti si ritrovano prescritti al posto del Maalox o dell’analgesico.

I medici, assolutamente olistici, si fondano sul principio per cui l’uso della cultura, una cosa bella, o qualcosa che intrattenga, a volte faccia passare un mal di pancia da ansia o un mal di testa da angoscia molto meglio di una medicina.

Ora: io non voglio mettermi qui a fare la professorona e ricordare come sia nata la tragedia greca e dell’obbligo per tutti i cittadini ad assistere alle dionisiache, tanto che veniva pagato loro la giornata di lavoro persa.

Voglio però fare la rompipalle e tirare fuori ancora una volta l’argomento a me caro di quelle frasi infelici, le vergognose espressioni usate da alcuni uomini del nostro governo in merito a quel che ci si possa fare con tutto ciò che chiamiamo genericamente “cultura” (sia esso coltura dell’animo alla latina o insieme di usi e consuetudini di un popolo) e al suo ordine di priorità/utilità.

Non faccio nomi, ma codesti volti mi hanno fatto salire la pressione non poche volte in questi ultimi anni:


L’ho detto fino all’esasperazione e so che per i miei amici che non fanno cinema ormai sono come Paperon de’ Paperoni con il Klondike, ma il fatto stesso di fare il lavoro definito “regista” o “sceneggiatore” vivendo qua nell’italico stivale, significhi quasi doversi giustificare, dirlo a mezza bocca, aver voglia di aggiungerci anche un “ma lucido anche metalli”, a volte mi fa dimenticare che volente o nolente, facendolo più o meno bene, in teoria il mio settore fornisce servizi, anche se invisibili. Fornisce coccole, sprone, pungolo, il lusso di staccare un attimo, sentirsi rappresentati, sognare.

Non è che avessi bisogno degli studi fatti nella mia amata Finlandia per saperlo quanto entrare ad una mostra, uno spettacolo teatrale o di danza, al cinema o a un concerto possano avere un effetto sconvolgente, riappacificatore o galvanizzatore per il nostro stato d’animo e quindi sui nostri anticorpi, cellule e neuroni che si rimettono in moto allo slogan di: diamoci ancora un po’ di tempo, va’, che forse vale la pena di campare.

Sarà per questo che pur facendolo di mestiere, quando entro in una sala e si spengono le luci mi emoziono.

Comunque sia, vorrei proporre al nostro governo una soluzione simile. Un accordo tra Ministero della Sanità e quello dei Beni Culturali, per cui si possa uscire dal medico curante con un biglietto in mano che non sia quello rosso e bianco con medicinali spesso prescritti senza che il medico nemmeno ti abbia visto entrare.

Posologia: ogni settimana, anche a stomaco vuoto, quanto basta. Effetti collaterali: commuoversi, sognare, sapere, farsi grasse risate, in alcuni casi  pensare con la propria testa (comune), mal di piedi (solo per quel che riguarda mostre molto estese). Interazioni: evitare di assumere il medicinale con vicini di sedia chiacchieroni e tendenti allo spoiler.

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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